martedì 19 marzo 2019

Etiopia, la prima presidente donna, Africa-Italia cooperazione e risorse

Sahle-Work Zewde, neo-presidente etiope eletta all’unanimità. Continuano i segni di discontinuità inaugurati dalla nomina a premier di Abiy Ahmed.
-Africa e Italia, 46 paesi e 13 organizzazioni internazionali a discutere di cooperazione, immigrazione e investimenti economici.

Etiopia al femminile

Africa-Italia e la novità Etiopia. E’ iniziato tutto dalla scorso aprile, con l’arrivo di Abiy Ahmed alla guida del governo. Prima ha messo fine alla guerra con l’Eritrea, ha firmato la pace col dittatore eritreo Isaias Afewerki, ha riaperto le relazioni interrotte da circa 20 anni. Ora l’elezione per la prima volta di una donna alla carica di presidente della Repubblica, ed è sfida politica e culturale a tutto il continente africano. A conferma della svolta operativa, il fatto che il nuovo governo è composto per metà da donne, e non in ruolo marginali, vedi la Difesa, o il «ministero della Pace», che in realtà controlla i servizi segreti e la polizia federale, «fino a pochi mesi fa artigli di un regime spietato con ogni dissenso» , come ricorda Marco Boccitto, su il Manifesto.

Africa femminile di nome

Sahlework Zewde, 68 anni, ha alle spalle una importante carriera diplomatica. Ultimamente era rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, all’Unione africana e Capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite. «Le donne sono le prime vittime dell’assenza di pace», ha detto nel suo discorso di insediamento la neo presidente. Tra le donne che hanno ricoperto la carica di Capo di stato in Africa, prima di Sahle-Work, ci sono state Ellen Johnson Sirleaf, economista e imprenditrice liberiana, presidente della Liberia dal 2006 al 2018 e primo presidente donna in Africa, fino al passaggio di consegne a George Weah, a inizio 2018; l’ex presidentessa di Mauritius Ameenah Gurib-Fakim, che si è dimessa nel marzo 2018 perché coinvolta in uno scandalo finanziario. In Malawi, Joyce Banda è stata vice e poi presidente dal 2012 al 2014.

Africa e Italia a confronto

Soluzioni condivise alle sfide in materia di pace, libertà, democrazia e sicurezza e concordare percorsi di crescita comuni, l’obiettivo della conferenza Italia Africa dal 25 ottobre alla Farnesina. 46 paesi del continente, e 13 organizzazioni internazionali, tra cui l’Unione Africana, per un totale di 350 delegati. In maggioranza si tratta di ministri degli Esteri e qualche capo di Stato. E una folta rappresentanza di personalità del mondo dell’economia.
Un incontro in grande stile dunque che segna l’iniziativa italiana, facendo da contraltare al protagonismo consolidato cinese e a quello storico della Francia in Africa. E’ stato il titolare della Farnesina Moavero a definire le questioni affrontate nella conferenza: «Il principale momento di dialogo strutturato tra l’Italia e gli Stati del continente africano in impetuosa crescita demografica ed economica».

Immigrazione e missioni militari

Un contesto che all’Italia interessa soprattutto per il fenomeno migratorio. Il rapporto con l’Africa fino ad ora è stato in gran parte contrassegnato da azioni di carattere militari miranti proprio a frenare l’immigrazione. La appena avviata missione in Niger, paese al quale sono stati elargiti diversi milioni di euro. Operazioni simili in Eritrea, Sudan, Ciad, nazioni che fanno parte della cintura del Sahel che segna il confine con l’Africa sub sahariana da cui proviene il maggior numero di migranti.

Interessi economici

Naturalmente le relazioni diplomatiche contengono un forte interesse economico, molti accordi su concessioni petrolifere come nel caso del Mozambico, Congo Angola e soprattutto della Nigeria ma, a differenza del ruolo giocato da Cina, Francia e anche Stati Uniti, l’Italia si è ritagliata uno spazio ridotto non potendo disporre su investimenti di miliardi di dollari.
In questa situazione suonano allora un po’ stridenti le parole, seppur sensate, del presidente Sergio Mattarella che aprendo la conferenza ha affermato: «il principale obiettivo per il futuro dipende proprio dalla nostra capacità di collaborare per andare oltre la logica emergenziale, governando il fenomeno, rimuovendone le cause profonde. Al di là della fisiologica dialettica politica e del serrato confronto su temi così rilevanti per il nostro avvenire – migrazioni, crescita economica, integrazione politica, sicurezza e contrasto al terrorismo – troverete sempre nell’Italia il più attento e sensibile fra gli interlocutori».

Manca uno sforzo comune

Un compito titanico al dire il vero a cui non può rispondere sicuramente un solo paese. Al momento gli interessi contrapposti a livello internazionale sono innumerevoli, le risorse energetiche e minerarie fanno gola alle grandi potenze che stanno trasformando il continente in un vero e proprio campo di battaglia diplomatico ed economico. Per questo, neanche troppo tra le righe, il ministro degli Esteri italiano ha invocato, da parte dell’Unione Europea, uno sforzo comune. «Senza nulla togliere ai nostri amici ha affermato Moavero -, l’Italia è il Paese che si sta battendo maggiormente all’interno dell’Ue per aumentare, e cercare di fare un salto di qualità, nelle risorse dedicate alla cooperazione con i Paesi africani ».

Cambiamento climatico e conflitti

In tutto ciò sembrano però mancare la proposte concrete per affrontare le problematiche dell’Africa. Innanzitutto il cambiamento climatico che è la prima causa dell’immigrazione verso i paesi europei. In questo momento quasi sette milioni di persone in Africa si trovano in fortissimo rischio di vita a causa della ciclica siccità che colpisce il continente. Una desertificazione provocata in maggior misura proprio dalle industrie occidentali.
Il “climate chamge” si traduce inevitabilmente in un aumento della malnutrizione che minaccia tra l’altro la vita di 1,6 milioni di bambini. Soprattutto nel Sahel si sta verificando la peggiore crisi osservata nella regione dal 2012 con consistenti rischi di un peggioramento nei prossimi mesi in mancanza di interventi significativi e immediati che consentano alle popolazioni di coltivare i loro campi.
A tutto ciò si aggiunge la fortissima instabilità politica e i diversi conflitti armati. Due i principali focolai di guerra che hanno già costretto allo sfollamento milioni di persone. La presenza di cellule quediste a partire dall’inizio degli anni 2000 e la rivolta salafita presente in Mauritania, Mali, Niger e Algeria meridionale. E’ poi ancora attiva la guerra in Mali a seguito del colpo di stato del 2012.
In questo quadro disarmante si inseriscono anche i conflitti di carattere religioso. E’ di pochi giorni fa la notizia dello scontro tra cristiani e musulmani avvenuto in Nigeria, si parla di 75 morti. Un conflitto mai sopito che coinvolge il nord e il sud del paese e che riveste le caratteristiche di una tensione non solo religiosa ma anche economico sociale.

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