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martedì 15 Ottobre 2019

Allarme clima al pianeta Terra, o carestie e fughe di popoli

Un lacerante grido d’allarme lanciato dagli scienziati alla Conferenza mondiale IPCC sui cambiamenti climatici tenutasi in Corea.
-Se le emissioni di CO2 dovessero fare aumentare la temperatura di 2 gradi rischiamo lo scioglimento dei poli.
-In crisi i raccolti e ricorrenti le carestie: in futuro arriveranno dall’Africa fino a 70 milioni di profughi spinti dalla fame.

Allarme clima al pianeta Terra

Siamo all’ultimo squillo di campanella: ci stiamo giocando il pianeta e tutti sono girati dall’altro lato. È la solita sporca storia. Si parla, si parla, si parla, e poi si continua a fare come prima. Tanto, le pene le pagheranno le future generazioni, che si ritroveranno a sopravvivere in un mondo da incubo, in cui andare a prendere una boccata d’aria significherà intossicarsi. Non siamo catastrofisti. È quanto affermano gli scienziati di ogni bandiera, convenuti in Corea del Sud per l’Intergovernmental Panel sui cambiamenti climatici (IPCC). In sintesi, si è ragionato sul muro di calcestruzzo contro il quale si è lanciata l’intera popolazione terrestre, come un treno senza macchinista. La sentenza è lapidaria: basterà l’aumento generalizzato di un altri 2 gradi di temperatura per vederci squagliare la Terra sotto i piedi. Così poco? Sì così poco.

I processi alla base del riscaldamento climatico rispondono a logiche “non lineari”. Le quantità coinvolte crescono esponenzialmente, secondo processi non geometrici, ma logaritmici. E, per farla breve, bastano piccole variazioni nelle condizioni iniziali, per avere risultati finali amplificati e catastrofici. E’ il mantra dell’effetto “farfalla”: il battito d’ali di un singolo imenottero in Cina, provocherà l’anno dopo un uragano nei Caraibi. L’apparente ed evidente sproporzione tra le energie implicate in questo processo atmosferico spiega l’estrema complessità (e imprevedibilità) dei fenomeni di cui parliamo. Quindi? Aspettiamoci il peggio, dicono i “saggi” riunitisi in Estremo Oriente, dove già si passeggia con le mascherine. Le emissioni di anidride carbonica (CO2), generate dalle attività umane, ci stanno avvelenando. Sempre più velocemente.

Il primo problema tra gli analisti è costituito dall’incapacità di armonizzare le diverse prospettive. Ruoli differenti portano ad approcci “asimmetrici”. Così, i politici sembrano più preoccupati delle conseguenze economiche nell’immediato, mentre gli scienziati temono disastri irreversibili nel medio-lungo periodo. Ciò comporta analisi simili, ma anche “proposte terapeutiche” diverse. I politici sono più possibilisti e tendono a rimandare soluzioni drastiche, che comportano spese consequenziali per tutti i sistemi-Paese. Specie per quelli più industrializzati. Mentre gli studiosi sottolineano l’urgenza di adottare misure forti, prima che sia troppo tardi. Il prof. Jim Skea, co-chairman dell’IPCC, per esempio, nella sua relazione ha dimostrato come una sola differenza di mezzo grado centigrado (non +1,5 ma +2 di aumento nella temperatura) possa fare la differenza tra la vita e la morte.

Basterebbe questo scarto per fare sciogliere i poli nel giro di qualche decennio. Con conseguenze facilmente immaginabili e devastanti: dall’innalzamento del livello dei mari, al cambiamento della sua salinità e del corso delle grandi correnti oceaniche, per finire con lo sconvolgimento del ciclo delle piogge. Più rovinose alluvioni, insomma, e deserti che si allargano a macchia d’olio. L’impatto immediato di tali trasformazioni meteorologiche potrebbe rivelarsi mortale per l’agricoltura e i raccolti. Non è per fare i menagrami, ma un recente “report” dell’Onu mette nero su bianco profezie talmente inquietanti da togliere il sonno. Le ricorrenti carestie, la fame (ma anche la sete) spingeranno intere popolazioni a giocare l’azzardo di una migrazione di massa. Le Nazioni Unite snocciolano il rosario delle cifre, lasciando gli analisti senza fiato.

Tra il 2030 e il 2050 (se non prima), spinti anche dalla crisi dei raccolti, potrebbero muoversi, solo dall’Africa sub-sahariana, tra 30 e 70 milioni di migranti, pronti a riversarsi ovunque pur di sopravvivere. I primi flussi saranno dentro i confini dei singoli Stati (internal displacement), ma poi le ondate sfonderanno gli argini e, attraverso le “carovaniere” già sperimentate (come la “Libyan trail”), si dirigeranno verso il Vecchio Continente. L’Europa e l’Italia sono avvisati. Al confronto l’attuale spinta migratoria è veramente poca cosa. Dunque, siamo al redde rationem e, come afferma corto e netto Kaisa Kosonen (Greenpeace), è ora che gli ambientalisti gridino ai politici : “Act now, idiots”, “Agite ora, idioti”. Fatelo coi numeri e coi fatti, prima che sia troppo tardi C’è bisogno di una rivoluzione copernicana in tutti i sensi.

Una rivoluzione che incida sul nostro modo di vivere e che sacrifichi tante piccole cose per salvaguardare un pianeta unico nel suo genere, che ha impiegato oltre 4 miliardi di anni per “fabbricare” la vita e la biodiversità. Stiamo parlando di energia finalmente “pulita” e rinnovabile, dell’utilizzo dei terreni agricoli affogati di pesticidi, delle emissioni in arrivo dai complessi industriali, dei gas di scarico dei veicoli. Non solo. Ma bisognerà ripensare anche al perverso rapporto tra città e campagne. Il seivaggio inurbamento ha trasformato gli agglomerati urbani in megalopoli con servizi e “facilities” raffazzonati, se non del tutto assenti. E’ un fenomeno ormai noto ai pianificatori di tutto il mondo, che si verifica specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Pigliamo l’Africa. L’algoritmo della disperazione parte dalle campagne, dove la siccità, la sovrappopolazione e l’impoverimento progressivo dei terreni dà luogo a carestie ricorrenti e alla mancanza degli alimenti di base. Gli abitanti fuggono verso le città e si “accampano” nelle periferie. La velocità (e l’entità) dell’esodo mettono in crisi infrastrutture e sistemi di urbanizzazione, abbassando paurosamente il livello della qualità della vita in ogni grande città africana. Da qui la spinta verso nuovi orizzonti, più lontani. Qualsiasi cosa diventa meglio degli inferni costituiti dalle bidonville del Continente Nero. Ecco perché i profughi rischiano la propria vita: quella che già hanno non vale niente. La Cina l’ha capito prima di tutti gli altri e adotta un sistema “imperialistico” di penetrazione, sfruttando la fame africana di infrastrutture.

Xi Jinping non dà soldi in cambio di materie prime, ma offre, invece, “chiavi in mano” strade, acquedotti, ospedali, scuole e aeroporti. I cinesi costruiscono in loco le “facilities”, le girano pronte all’uso e in cambio incassano legno, oro, diamanti e minerali rari. Oltre a una condiscendenza “strategica” che sta facendo del Continente Nero una loro precipua sfera d’influenza. E allora, ricapitoliamo. Sulla salvaguardia dell’ambiente si gioca il futuro del pianeta. Non si tratta solo di “salubrità”, ma esistono anche motivazioni più profonde, che toccano gli stessi assetti geostrategici internazionali e la sicurezza globale. Uno di questi è il fenomeno delle ondate migratorie che, negli anni, saranno sempre più massicce. Non si scapperà verso l’Europa solo per guerre e “deficit” di diritti umani, ma anche e soprattutto per la fame. E la sete. E contro questi ultimi due fattori, credeteci, non ci sono nè diritto internazionale e né regole che tengano.

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