venerdì 16 novembre 2018

Elezioni afgane, democrazia=eresia dove comanda solo il Corano

Ieri si è votato (parzialmente) in un clima di terrore alimentato dai Talebani e dai miliziani dell’Isis.
-La democrazia, dicono i fondamentalisti, è una inutile eresia occidentale. Bombe, assassinii di candidati, attentati a colpi di kalashnikov e sanguinose minacce per dissuadere i cittadini dal recarsi alle urne.

  • Elezioni afgane, giornata di guerra. Attentati in tutto l’Afghanistan con più di 50 morti e centinaia di feriti, ma il bilancio è destinato ad aggravarsi. 192 gli attacchi in tutto il Paese secondo il ministro degli Interni Wais Barmak, mentre i Taliban ne rivendicano oltre trecento, con assalto ai seggi, mettendo in fuga il personale e distruggendo schede e urne.
  • Il governo ha deciso di prolungare a oggi le operazioni di voto. Sono 5.100 i seggi disseminati nel Paese, e gli elettori registrati sono 8,8 milioni. Il governo di Kabul ha annunciato che il voto nella provincia meridionale di Kandahar è stato rinviato di una settimana a causa dell’attacco di giovedì nel quale sono morti il capo della polizia e quello dell’intelligence.

Ieri si è votato (per modo di dire) in Afghanistan. Ma solo dove lo si è potuto fare in relativa sicurezza. I seggi sono stati aperti a macchia di leopardo, a seconda del rischio-attentati. E in molti posti tutto è stato rimandato. Certo, più che discutere di elezioni bisognerebbe parlare di una specie di rodeo stile far-west: si spara nel mucchio, le sedi elettorali aprono e chiudono come le porte di un saloon e le bombe scoppiano a ogni angolo, manco fossimo alla festa patronale di Casamicciola. Se il nuovo clima democratico dell’Afghanistan è questo, allora stiamo freschi. Quasi vent’anni di guerre, guerricciole e scannamenti, migliaia di “morti per i diritti umani”, chilometriche conferenze per la pace e innumerevoli sedute dell’Onu hanno prodotto un clima sociale in cui anche a respirare si rischia la vita. Non ci siamo. E, forse, non ci siamo mai stati.

Chi è andato in Afghanistan a cercare di imporre il suo “verbo” culturale, religioso, politico e istituzionale: insomma, chi lo ha invaso per cupidigia, in buona fede (tutta da dimostrare) o “perché noi siamo meglio” se n’è tornato a casa con la coda tra le gambe. E chi ancora ci resta, per salvare la faccia, passa le giornate acquartierato nei bunker o piegato dietro una coltre di sacchetti di sabbia, sperando di salvare la pellaccia. Sì, perché in Afghanistan ancora comandano i talebani, mentre i governativi zompano trafelati di qua e di là a beccarsi fucilate da ogni angolo. E la coalizione? Lasciamo perdere. Gli americani non vedono l’ora di fuggire a gambe levate, mentre gli altri alleati stramaledicono l’ora e il momento in cui si sono tuffati in codesto spinoso ginepraio. Da cui non se ne esce, se non scappando senza voltarsi.

Le considerazioni sono desolanti, ma sono anche un atto dovuto. L’atmosfera che si respira a Kabul sembra quella tratteggiata da Remarque in “All’ovest niente di nuovo”. Niente di nuovo? Beh, forse sì, nel senso che dopo lustri di democrazia fabbricata a tavolino, nella capitale afghana si continua a saltare bellamente per aria o a essere impallinati a colpi di Kalashnikov. Come se fosse la cosa più normale del mondo. Per non parlare delle altre città, da Kandahar a Herat, da Jalalabad a Elmand, trasformate in tanti mattatoi a cielo aperto. Evidentemente più di qualcosa non funziona e molti abitanti cominciano a sussurrare, a mezza voce, che forse si stava meglio quando si stava peggio. Oggi nel Paese si confrontano i sostenitori di due “boss”: il Presidente Ghani e il Primo Ministro Abdullah Abdullah. Una pantomima che si chiarirà il prossimo anno alle Presidenziali. Per ora è tregua armata.

L’Afghanistan non è un boccone facile. Prima gl’inglesi ai tempi dell’impero vittoriano, poi i sovietici di Brezhnev e infine gli americani di Bush, sono stati presi a sassate e costretti a rintanarsi per poi smammare di gran corsa. Oggi le elezioni dovrebbero rappresentare il simulacro della “democrazia” imposta con la forza. Ma quando mai…Pensate che, solo durante i comizi e la campagna per il voto, sono stati ammazzati ben dieci candidati. Gli altri 2.500 aspettano la loro sorte. Cioè se andranno a occupare uno dei 250 seggi del Parlamento oppure una delle fosse scavate fresche negli affollati cimiteri afghani. A Kandahar, intanto, hanno avuto un problema. Le elezioni sono state rinviate (di una settimana) dopo che gli “oppositori” (si fa per dire) hanno fatto la festa al generale Abdul Raziq e per poco non hanno pure assassinato il generale Usa Scott Miller, uno dei comandanti della coalizione.

L’agguato, portato a termine durante una ristretta riunione dell’antiterrorismo, è stata condotto… dalle stesse guardie del corpo afghane, che hanno anche liquidato il Governatore della provincia e il direttore dei locali servizi segreti. Tre soldati americani sono rimasti feriti e i talebani hanno rivendicato l’azione. E’ proprio questo il nocciolo della questione. “A casa nostra comanda il Corano”, dicono i pastori “pashtun” discepoli del Mullah Omar. Quale democrazia, quale Costituzione… quelle sono “debolezze” degli infedeli. Sono le “sure” del Santo Profeta a regolare non solo la religione, ma anche la vita sociale, rincarano la dose i tagliagole dell’Isis, che in Afghanistan stanno cercando di rianimare lo Stato Islamico, quasi spazzato via dal Medio Oriente. Ergo: le elezioni sono un vacuo esercizio di eresia e chi va a votare non mette solo la croce sul suo partito, ma si candida a metterne una anche sulla sua tomba. I risultati? Arriveranno a spizzichi e bocconi, assieme al bollettino dei caduti.

 

AFGHANISTAN 2001
ALLE PORTE DI KABUL

di Ennio Remondino 

 

 

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