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sabato 14 Dicembre 2019

Yemen oltre il caso Khashoggi, catastrofi saudite

‘La guerra in Yemen dopo il caso Khashoggi’, si interroga Pierre Haski, France Inter e Internazionale. Poi Gwynne Dyer.
-Il 14 ottobre l’ennesima “svista”: un bombardamento aereo della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che ha colpito un convoglio di minibus nei pressi del porto strategico di al Hudayda, sul mar Rosso, uccidendo quindici persone.

Arabia Saudita, regno della vergogna

Yemen oltre il caso Khashoggi, catastrofi saudite. Le polemiche sulla sorte del giornalista saudita Jamal Khashoggi che non si placano, mentre un conflitto devastante e senza alcun ritegno umanitario prosegue in Yemen nell’indifferenza generale, annota il giornalista e analista francese Pierre Haski su Internazionale. «Secondo l’Onu, lo Yemen sta vivendo la peggiore catastrofe umanitaria del mondo, con oltre dieci milioni di persone che patiscono la fame. È il risultato di sette anni di stravolgimenti politici, di una guerra civile e di un intervento militare straniero voluto dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, lo stesso che avrebbe ordinato l’omicidio di Jamal Khashoggi».

Il principe ambizioso

Memoria. Quando nel 2015 il giovane principe Mohammed bin Salman, giovanissimo ministro della difesa nominato dal Papà Re, ha formato una coalizione internazionale per cacciare i ribelli huthi dalla capitale yemenita, con il sostegno degli Stati Uniti e della Francia, due dei principali fornitori d’armi del suo paese (qualche bomba la fornisce anche l’Italia, anche se con marchio tedesco, ma sono spiccioli di morte). L’ambizioso principe con voglie da Re a scuotere il mondo sunnita per reagire alle ambizioni dell’Iran accusato di essere responsabile dell’avanzata dei ribelli huthi in Yemen. Con qualche governo occidentale che credeva in una operazione militare lampo, utile a fare pressione su Teheran per l’accordo sul nucleare.

Il principe guerriero

Ma la guerra, nonostante una enorme disparità di forze in campo a vantaggio saudita, si è impantanata. Yemen diviso in due, tre parti, una catastrofe umanitaria e le forze di coalizione a guida saudita incapaci di vincere. Guerra perdente e vergogna umanitaria sempre più difficile da nascondere. Ora la scomparsa del giornalista che crea una pressione senza precedenti su Riyadh. «Inizialmente prudenti, gli alleati dell’Arabia Saudita ora chiedono una spiegazione: Parigi, Londra e Berlino pretendono l’apertura di un’inchiesta, mentre Donald Trump il 15 ottobre ha inviato a Riyadh il capo della diplomazia statunitense», valuta Haski. Anche se, per il momento, nessun governo sembra pronto ad attaccare un paese chiave del Medio Oriente e nemmeno a criticarlo apertamente.

Il principe tiranno

L’analista francese fa riferimento principalmente alla politica di casa, ma vale per il blocco occidentale, senza eccezioni coraggiose. Tutti sanno che la guerra in Yemen ha perso qualsiasi significato militare mentre impone infinite sofferenze alla popolazione, ma resta prudente nelle sue posizioni, nonostante le richieste di intervento e aiuto da parte di esponenti della società civile yemenita, a Parigi, a Washington, in Europa chiedere un’azione diplomatica per fermare l’inutile massacro . E qui, l’elemento che collega il Yemen con l’assassinio di Khashoggi: nel suo primo articolo per il Washington Post, Jamal aveva chiesto la fine della guerra saudita in Yemen. «Se la sua scomparsa dovesse portare a una riconsiderazione delle brame del principe ereditario, sarebbe una grande vittoria postuma».

Il principe assassino

«Se il sovrano di fatto dell’Arabia Saudita, il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS), ha davvero inviato una squadra di sicari in Turchia per uccidere il giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi al consolato di Istanbul, dieci giorni fa, cosa succederà adesso?», si chiede invece Gwynne Dyer, altra firma di Internazionale. Il mondo che da tre anni ormai fa finta di niente di fronte alle centinaia di morti civili provocati ogni settimana dai bombardamenti sauditi in Yemen, . perché dovrebbero reagire diversamente nel caso di un giornalista saudita ficcanaso a Istanbul? La differenza è proprio nell’aspetto smaccatamente personale: «un monarca assoluto che ordina l’uccisione di un suo critico, che lo infastidiva ma non minacciava in alcun modo il suo potere». Certo di poterlo fare senza pagare pegno.

Resa dei conti a Corte

Se gli stranieri non vorranno o non potranno far cadere Mohammed bin Salman probabilmente ci penserà la sua stessa famiglia, scrive Gwynne Dyer. «La sua ascesa, dall’affollata compagine di altri anonimi principi ai favori di un padre in declino, re Salman, è stata rapida, ma potrebbe cadere con la stessa velocità. Uccidere Khashoggi è stato davvero un errore». Corte saudita, impresa multi miliardaria a gestione familiare con quasi settemila principi, con infinite pretese e molte ambizioni contro. «La sua ascesa, dall’affollata compagine di altri anonimi principi ai favori di un padre in declino, re Salman, è stata rapida, ma potrebbe cadere con la stessa velocità». Col rischio che neppure i 110 miliardi di dollari di armi statunitensi e l’amicizia personale col genero Kushner, potranno conservare sul cielo di Riad l’ombrello Usa-Trump.

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