lunedì 19 Agosto 2019

‘Valdai Club Report 2018’ a Sochi: «Vivere in un mondo che crolla»

Valdai Discussion Club è un think tank con sede a Mosca istituito nel 2004. Prende il nome dal Lago Valdai, che si trova vicino a Veliky Novgorod dove si è tenuto il primo incontro del Club.
Valdai 2018: il vecchio ordine mondiale è morto, uno nuovo, ancora, non c’è.
-Conclusione: impossibile ripristinare l’ordine mondiale emerso dopo il 1945.
-Questo non significa che bisogna “radere al suolo” l’attuale, traballante ordine.
-Anzi, convengono gli esperti del Valdai, dobbiamo sperare che non collassi del tutto: “siamo in tempo di domande, non di risposte”.

«Vivere in un mondo che crolla», è il titolo da paura del ‘Valdai Club Report 2018’ a Sochi, Russia.

Il vecchio ordine mondiale è morto, uno nuovo, ancora, non c’è. Il rapporto annuale del Valdai Club decreta la fine degli equilibri che hanno retto il mondo e garantito la pace dal 1945 e cerca di spiegare perché il pianeta “è scivolato in una chiara, innegabile tendenza a prendere decisioni in modo unilaterale” e quindi di continua e generale conflittualità.

Il dopo Guerra fredda

Secondo l’analisi presentata nel primo giorno del meeting annuale del Valdai, a Sochi, il fallimento dell’ordine post-bellico è una diretta conseguenza della vittoria americana nella Guerra fredda e dell’imposizione delle regole da parte del vincitore: liberalizzazione, crollo delle barriere commerciali e promozione del libero scambio (spinti da internet).
Regole che però non sono state accompagnate da una ‘globalizzazione’ della politica, e che hanno creato forti disuguaglianze e hanno finito per essere rifiutate in prima istanza dal Paese che le aveva imposte, ovvero gli Stati Uniti.

Stati egoisti e mondo mutevole

«Stati sempre più egoisti e concentrati a risolvere i loro problemi, alimentati dalla complessità del mondo», osservano gli esperti del Valdai Club, ma proprio la molteplicità di conflitti e interessi rende impossibile trovare una forma di equilibrio. La buona notizia, sottolineano, è che oggi, contrariamente a quanto avveniva nell’Europa in rovine del 1918, nessuno “considera la guerra un modo appropriato per risolvere le crisi”. Anche perché non c’è un chiaro “noi” e “loro” da contrapporre, in un quadro continuamente ribaltato da eventi imprevedibili, che siano la Brexit, l’elezione di Trump, la crisi ucraina o le Primavere arabe.

Mutevolezza e fluidità

«Il paradigma globale oggi è caratterizzato dalla mutevolezza, dalla fluidità», e nessuno può prevedere con ragionevole certezza se l’Occidente resterà dominante, se ci sarà “una fusione” con l’Est, se l’Asia sarà l’area geopolitica trainante. Se nei precedenti rapporti la riflessione del Valdai puntava a una sorta di nuova bipolarità, un equilibrio (da trovare) tra sfere di influenze Usa e cinese, ora si prefigura piuttosto “un mondo senza poli, un ordine caotico in rapido cambiamento, una guerra di tutti contro tutti” che porterà al collasso delle istituzioni tradizionali e imporrà un “un totale reset istituzionale, dell’autorità, dei metodi di produzione e delle relazioni internazionali”.

Strane guerre poca pace

In questo quadro confuso, «gli Usa stanno “deliberatamente smantellando l’ordine esistente”, mentre la Cina cerca di preservarlo». Se la pace globale oggi “è data per scontata”, la guerra si fa asimmetrica, non dichiarata, e non si tratta solo di cyberwar o tentativi di manipolazione dei processi politici. Si combatte per il primato nella trasmissione dei dati, per la restrizione dell’acceso ai mercati finanziari, per la digitalizzazione e la robotica. Gli strateghi militari e i governi si tengono pronti a un potenziale conflitto militare, ma per distruggere le infrastrutture digitali e i sistemi di controllo. “Constatiamo che il momento dell’equilibrio possibile è passato”.

Le forze antisistema

Non è del tutto scaduto il tempo degli sforzi congiunti, ma non ci sono stati i risultati sperati”, commenta ad Askanews, da cui prendiamo questa sintesi, Fyodor Lukianov, direttore per la ricerca alla Fondazione per lo Sviluppo del Valdai Club. In un mondo inter-dipendente e suo malgrado bisognoso di “global commons”, di beni comuni globali condivisi che tendono a scomparire, con divergenze e conflitti si riversano sul fronte interno dei vari Stati. Questo ha portato in Occidente alla vittoria di ‘forze non sistemiche’, più spesso assimilabili alla destra (sovranismi o populismi vari). Quindi la percezione delle migrazioni globali come minaccia, e siamo all’attualità.

Transizione Onu

Nel Consiglio di sicurezza di un’Onu, a sua volta in transizione verso meccanismi ancora sconosciuti, siedono la Russia “che ha posto fine al monopolio occidentale sul potere” (dice di se stessa a Soci), gli Usa intenti a “trasformare il sistema di relazioni nell’economia mondiale e nei suoi singoli settori”, la Cina che si espande “offrendo un percorso alternativo di sviluppo” a chi voglia seguirla, la Germania che “sta attivamente contribuendo a deformare il sistema politico europeo, prima basato sul principio di eguaglianza sovrana”. Fuori dal club ristretto, l’India “in ascesa, che sta completamente ridisegnando la geopolitica asiatica e di conseguenza mondiale”.

Nuovo mondo a metà secolo

Per gli analisti del Valdai, “i cambiamenti in corso porteranno ad un mondo molto diverso entro la metà del secolo” e il processo più importante che si sta affermando è la “nazionalizzazione delle decisioni”, la crescente tendenza a rispondere a problemi globali con formule nazionali. Dato che qualsiasi decisione autonoma ha conseguenze sul resto del mondo, “gli stati punteranno sempre di più ad obiettivi tattici”, piuttosto che ad alleanze o sistemi stabili. E questo farà aumentare il peso di potenze medie, regionali: Turchia, Pakistan, Arabia Saudita. Non ci sarà più “una parte giusta della storia” su cui tentare di posizionarsi.

Basta buoni e cattivi

Il mondo che sta emergendo sarà privo di un “senso etico universale” e sarà impossibile rivendicare “una nozione comune di ciò che è buono o cattivo” per un singolo Paese. Così, salvo svolte radicali e poco ipotizzabili, l’Onu nel giro di 15-30 anni, da strumento di governance globale, sarà ridotto a una serie di agenzie incaricate di gestire problemi che gli Stati non vogliono affrontare. Conclusione: impossibile ripristinare l’ordine mondiale emerso dopo il 1945. Questo non significa che bisogna “radere al suolo” l’attuale, traballante ordine. Anzi, convengono gli esperti del Valdai, dobbiamo sperare che non collassi del tutto: “siamo in tempo di domande, non di risposte”.

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