domenica 21 ottobre 2018

Delitto da macellai in ambasciata, trema il dispotico regno saudita

Il giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi, scomparso 8 giorni fa dopo essere entrato nel Consolato del suo Paese a Istanbul, sarebbe stato fatto a pezzi con una sega dentro l’edificio da agenti dei servizi di Riad.
-Le mostruosità di un regno da fiction.
-Ora la casa regnante saudita rischia di più che per la mostruosa guerra nella Yemen

Come in un film dell’orrore
più che la guerra in Yemen

Delitto da macellai in ambasciata. La cronaca stretta
Il giornalista saudita Jamal Khashoggi, scomparso 8 giorni fa dopo essere entrato nel Consolato del suo Paese a Istanbul, sarebbe stato fatto a pezzi con una sega dentro l’edificio da agenti dei servizi di Riad, “come nel film Pulp Fiction”. I suoi resti sarebbero quindi stati portati fuori nascosti dentro un minivan nero. Lo sostiene una fonte investigativa turca, citata dal New York Times.
Intanto il quotidiano turco Sabah, molto vicino agli ambienti governativi, ha pubblicato le presunte immagini dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto Ataturk, e i nomi dei 15 agenti dei servizi sauditi giunti a Istanbul lo stesso giorno della sparizione del reporter e ripartiti dalla sede diplomatica di Riad poche ore dopo.
Il giornale lo definisce come lo “squadrone della morte” responsabile dell’omicidio. LKanal 24, ha invece mostrato immagini di Khashoggi che entra 8 giorni fa nel suo Consolato a Istanbul e quelle di un minivan nero uscito poco dopo, sostenendo che dentro si trovava il cadavere

Messaggi incrociati
delitto e indignazione

Le porte del consolato saudita di Istanbul restano serrate, come mostra l’immagine di copertina, ma le indagini sulla scomparsa del giornalista dissidente Jamal Khashoggi proseguono comunque, cercando fuori le tracce lasciate da quel maturo giornalista che osava scrivere male della famiglia regnante del suo Paese sulla pagine della stampa americana. Tracce ad entrare nella sede diplomatica, poi l’evanescenza inspiegabile. Salvo l’orrore di quanto scrive il NewYork Times, di un uomo ucciso e fatto a pezzi dentro l’edificio da agenti dei servizi di Riad, Pulp Fiction in ambasciata. Ora, otto giorni dopo la scomparsa con l’analisi delle telecamere di sorveglianza, dei visti di ingresso e uscita dalla Turchia, delle dichiarazioni di funzionari della rappresentanza diplomatica.

Cosa si sa con certezza

  • Si sa che Khashoggi è entrato nel consolato poco dopo le 13 del 2 ottobre e non più uscito;
  • si sa che 45 minuti prima erano entrati 15 cittadini sauditi, usciti due ore dopo a bordo di veicoli con vetri oscurati e targa diplomatica;
  • si sa che quei 15 sono transitati dall’aeroporto di Istanbul, arrivati su due aerei privati e ripartiti verso diverse destinazioni.
  • si sa chi sono qui 15, almeno le identità sui loro documenti;
  • si sa che tra loro c’era il capo del dipartimento forense della sicurezza generale saudita:
  • si sa che altri tre di quella fulmina squadra, fanno parte dell’unità di protezione del principe ereditario Mohammed bin Salman, principe ereditario, considerato il vero reggente della petromonarchia.
  • Si sa anche che quel giorno ai 28 dipendenti turchi del consolato è stato chiesto di non presentarsi al lavoro perché si sarebbe tenuta un’importante riunione diplomatica.
  • Si sa che a Khashoggi era stato dato appuntamento proprio per quel giorno, per ritirare i documenti del divorzio.

Washington Post

Washington Post, il quotidiano statunitense su cui Khashoggi scriveva, svela di intercettazioni da parte l’intelligence Usa di discussioni tra funzionari sauditi su un piano per catturare il giornalista e riportalo in patria.
New York Times da una fonte turca «Khashoggi è stato ucciso entro due ore dal suo arrivo al consolato», e i macabri dettagli del corpo tagliato a pezzi per poterlo portare fuori nascosto.
La stampa americana scatenata, con quella turca di supporto, col placet del Presidente Assoluto Erdogan, che con i sauditi ha molti conti in sospeso.
E ora tocca alla politica, chiamata in causa, direttamente il presidente Trump, dalla fidanzata di Khashoggi. Il vice presidente Pence ha detto che Washington è pronta ad aiutare in ogni modo, e ha chiesto a Riyadh di mettere a disposizione le immagini delle telecamere interne al consolato.
Per il momento, nonostante le promesse, nessun accesso concesso alla polizia turca nel consolato.

Sauditi-Usa e Turchia-Stati Uniti

Una situazione esplosiva certamente non prevista dalla arroganza crudele di chi l’avrebbe pensata. E ora, dove neppure è giunta la feroce guerra in Yemen, con la sue terribili stragi, e il colera e le morti di bimbi per fame, sull’orlo della crisi le relazioni ufficiali tra due ‘alleati granitici’, come li definisce Chiara Cruciati su il Manifesto. Stati uniti e Arabia saudita in difficoltà, e stessa la Turchia coinvolta nel delittaccio che sarebbe stato fatto in casa sua, con la guerra in Siria ancora aperta e le relazioni con gli Usa al minimo storico. «Ma perché eliminare un noto dissidente, in autoesilio negli Usa, dentro un proprio consolato in un paese con cui i rapporti sono gelidi? Perché non eliminarlo all’esterno?», la domanda di Cruciati.

Massaggio da Riyadh

Messaggio di Riyadh: chi è contro è in pericolo ovunque si trovi. La ‘pulizia’ in casa era già stata fatta: per centinaia di principi, gli ex ministri, e generali, i comodi arresti in lussuosi alberghi, con qualche miliardo di penalizzazione. Peggio, molto peggio per i non principi, ad esempio la detenzione di almeno 15 giornalisti e blogger nel corso dell’ultimo anno. Di loro in molti casi, denuncia Reporter senza Frontiere, non si conoscono né il luogo di detenzione né l’accusa.
Ma il regno folle dei Saud che ha fatto tutto l’immaginabile e l’inimmaginabile contando sulla assoluzione petrolifera e statunitense, oggi rischia col caso Khashoggi, e forse per la prima volta, di fronte all’opinione pubblica americana e ad una amministrazione alla vigilia di elezioni interne, Midterm, abbastanza a rischio.

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