Terrorismo islamico o islamista? La minaccia terroristica “è più fluida e complessa che mai”, afferma la Casa Bianca, dopo averci pensato su a lungo. L’acqua carda bruciam e via così. Mesi difficili di gestazione, svela il New York Times, ma alla fine l’amministrazione Trump ha partorito il topolino della nuova ‘National Defense Strategy’, che copia di fatto l’odiato Obama e chi lo ha preceduto nella lotta al terrorismo, che cambia soltanto come potenzialità tecnica delle minaccia. Poi c’è il nemico prediletto sul fronte politico, e Trump, con alla sua destra Bolton, preferisce l’Iran sciita al sunnismo saudita e dintorni, bombe o non bombe.
Il documento di 25 pagine riconosce solo “successi contrastanti” nella prevenzione degli attacchi contro gli interessi americani. “Mentre siamo riusciti a interrompere gli attacchi su larga scala in patria dal 2001”, afferma il rapporto, “non abbiamo sufficientemente attenuato la minaccia complessiva che i terroristi pongono”.
Il piano è stato ritardato di molti mesi, vittima di feroci dibattiti interni sulla politica antiterrorismo e di un tiro alla fune burocratico tra i due principali ex consiglieri di sicurezza del presidente Trump, il generale McMaster e Thomas P. Bossert. Più bozze elaborate dall’inizio del 2017 prima di languire nel Consiglio di sicurezza nazionale.
Problemi di sostanza a volte sotto l’apparenza delle forma. Una prima bozza fatta trapelare a Reuters nel maggio 2017 non includeva la frase “terrorismo islamico radicale”, che Trump usava regolarmente durante la campagna presidenziale del 2016 ma che il generale McMaster aveva sollecitato ad evitare. Il generale McMaster è stato costretto ad uscire dalla Casa Bianca ad aprile, sostituito da John R. Bolton, già tra i promotori della guerra all’Iraq del 2003.
La ‘strategy’ è perentoria: “Elimineremo la capacità dei terroristi di minacciare l’America, i nostri interessi e il nostro impegno nel mondo, e abbraccia il linguaggio marziale usato dall’ex presidente George W. Bush dopo l’11 settembre, 2001. Oggi come ieri, “Siamo una nazione in guerra”, dice il documento, “ed è una guerra che vinceranno gli Stati Uniti”. Altro strappo all’ex presidente Barack Obama, che nel maggio 2013 disse: “Il nostro sistematico sforzo di smantellare le organizzazioni terroristiche deve continuare. Ma questa guerra, come tutte le guerre, deve finire”.
Il rapporto attenua molto la minaccia rappresentata dallo Stato islamico. Il gruppo estremista -sostiene l’Intelligenza Usa- costituito da otto diramazioni ufficiali e più di due dozzine di reti correlate che conducono regolarmente attacchi in Africa, Asia, Europa e Medio Oriente. Peggio la rete globale di Al Qaeda che “rappresenta una minaccia duratura per la patria e gli interessi degli Stati Uniti in tutto il mondo”.
Tagliare i finanziamenti del terrorismo e bloccare i loro movimenti. Maggiore attenzione all’uso di Internet da parte dei terroristi per tracciare attacchi, raccogliere denaro e attrarre nuove reclute. Trump aveva promesso di essere più aggressivo nell’affrontare lo Stato islamico -in campagna elettorale aveva sostenuto di avere ‘un piano segreto’- ma anche il desiderio di frenare sul ruolo degli Stati Uniti come il guardiani del mondo. Alla fine Trump, sostiene il NYT, ha scelto di mantenere lo stesso approccio di Obama, ma ha dato al Pentagono più spazio nelle zone di conflitto come la Somalia e lo Yemen. Sollecitando i partner alleati a missioni di controterrorismo, come la la Francia in Africa occidentale e gli Emirati arabi nello Yemen. Salvo un po’ di massacri attorno, per quell’ultima sporca guerra.
La Strategy chiede di utilizzare le cyber-operazioni contro i terroristi. La scorsa settimana Trump aveva autorizzato nuovi ordini classificati per i cyberwarriors del Pentagono per condurre attacchi offensivi contro avversari statali . L’amministrazione ha riconosciuto che un altro obiettivo dell’era dell’informazione social globale – combattere l’ideologia estremista, compresi i terroristi la capacità delle organizzazioni di continuare ad attirare nuove reclute – rimane uno dei problemi più difficili per anti-terrorismo.
“A meno che non contrastiamo la radicalizzazione e il reclutamento del terrorismo”, conclude il documento, “combatteremo una battaglia senza fine contro il terrorismo in patria, oltreoceano e online”. «Unless we counter terrorist radicalization and recruitment,” the document concluded, “we will be fighting a never-ending battle against terrorism in the homeland, overseas and online».