venerdì 24 maggio 2019

Balcani dimenticati (e trascurati), rischiano di riesplodere

Nei Balcani occidentali segnali di idee radicali si moltiplicano.
-Grazie anche all’aiuto di chi è interessato a contrastare l’espansione della Unione europea e della Nato.
-La scossa dal flop del referendum macedone.
-Stati deboli e identità forti.

Stati deboli e identità forti

Balcani dimenticati (e trascurati). La silenziosa radicalizzazione che allontana i Balcani dall’Europa, anche se il flusso dei “foreign fighters” si è fermato, segnala Valentina Brini da EastWest. Ma non c’è da stare allegri. -In Albania, Bujar Hysa è stato condannato a 18 anni di carcere per incitamento al terrorismo e reclutamento di combattenti per la Siria, e con i suoi otto compagni dovrà scontare in tutto 108 anni di carcere. -In Macedonia, 16 uomini sono stati accusati di crimini legati al foreign-fighter e poi condannati con sentenze dai 2 ai 7 anni. -Il predicatore musulmano Mirsad Omerovic è stato condannato a 20 anni per reclutamento. -In Bosnia, sono 13 i radicalizzati ogni 100mila musulmani, in Kosovo 18.

Terrorismo in trasferta

Nei Balcani occidentali sono decine i sospetti e militanti terroristi arrestati e interrogati per il loro coinvolgimento a vario titolo in gruppi come l’Isis. Dal 2012 al 2016, oltre mille persone tra uomini (723), donne (155) e bambini (197) è partito dai Balcani per l’Iraq e la Siria. Un esercito. Per fortuna, negli ultimi due anni, lo jihadismo nella regione si è fermato, spiega Gerta Zaimi, ricercatrice al Centro di studi strategici e internazionali dell’Università di Firenze, alla European Foundation for Democracy al Parlamento europeo a Bruxelles. Si è fermato lo jihadismo, ma -precisa- non la radicalizzazione, «è come se stesse dormendo», ma è lì, come un cancro pronto ad espandersi se non estirpato.

Partenze, poi il silenzio

Le partenze hanno avuto un ritmo sostenuto dal 2012, mentre l’Isis avanzava in Siria e in Iraq e lanciava i sui messaggi via social attraverso le lingue della regione balcanica per reclutare nuove forze. Il picco nel 2013, per poi rallentare e arrestarsi nel 2016. I numeri vengono dal professor Vlado Azinovic, esperto di terrorismo, docente dell’università di Sarajevo. Di quei mille partiti in quattro anni, 233 sono morti. Approssimativamente 464 nel 2017 erano ancora in Siria e Iraq, combattenti o in fuga. 319 sono rientrati. Il temuto ritorno dei Foreign fighters addestrati alla guerra e al terrorismo. Da due anni, sostengono gli specialisti, non c’è più alcun flusso né in entrata né in uscita.

Semi di radicalizzazione

Calma apparente, ora, ‘ma i semi della radicalizzazione si sedimentano’, è l’allarme di EastWest. Non solo in Bosnia, dove il proselitismo salafita da anni combatte l’identità culturale ed etnica dell’islam moderato balcanico per trasformarla in esclusiva identità religiosa. Ma anche in Kosovo e Macedonia emergono segni di radicalizzazione, esacerbata da tensioni interetniche. Nei Balcani la più alta concentrazione di combattenti rimpatriati, che si concentrano in Paesi con pochi abitanti. «Stati deboli e identità forti», segnala Edward P. Joseph, della Johns Hopkins. Senza riesumare la minaccia della “dorsale verde” dell’islam nei Balcani, sul percorso dell’impero ottomano sino alle porte di Vienna.

Radicalizzazione anti Ue

Torniamo a Sarajevo, dal professor Azimovic. «C’è una continua incubazione di idee radicali, anche quando non sfociano ancora in violenza», spiega. «La narrativa dei gruppi di estrema destra è spesso allineata a dispute politiche ancora irrisolte, alcuni di loro sono legati a influenze straniere in cerca di una guerra ibrida. In alcuni casi, come in Bosnia, queste ideologie radicali non si limitano a gruppi e individui ma sono diventate un elemento fondamentale della politica tradizionale e hanno un effetto comune: interrompere l’adesione della regione alla Nato e all’Ue». Interessi non solo commerciali e politici ma anche strategici Russi e Turchi in particolare, sono la facile evidenza dell’oggi.

Crescita ma fragilità

La crescita economica nei Balcani occidentali in accelerazione, verso il 3,5% di quest’anno ma fragilità dei sistemi economici dei sei Paesi della regione, nel Report dalla Banca Mondiale. Nel 2018 crescita “stimolata da maggiori investimenti pubblici e consumi”. Tuttavia, debito pubblico e sbilanciamenti fiscali rendono il quadro “vulnerabile”. Proposta finale, dopo la frammentazione degli anni ’90, “maggiore integrazione economica” tra i Paesi dell’area. Infine, i Balcani nell’Ue. Jean-Claude Juncker: «nessuna adesione di corsa senza considerare cosa sta accadendo e cosa accadrà, ma se toglieremo la prospettiva d’adesione, ciò che abbiamo vissuto negli anni ’90 nella regione continuerà».

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