domenica 26 maggio 2019

Libia, vertice a Palermo, vetrina Italia ma Haftar guastafeste

Il 12 e 13 novembre a Palermo la conferenza internazionale sulla Libia. L’incontro fra i leader dei Paesi del Mediterraneo annunciato dal ministro degli Esteri Moavero: presente forse un esponente del governo Tobruk.
-Haftar ancora preme per elezioni di corsa, a dicembre. E minaccia

‘Approccio inclusivo’
Non tutti ma di tutto

Libia, vertice a Palermo, lunedì 12 e martedì 13 novembre. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Enzo Moavero al Senato. La scelta una città del Mediterraneo che diventa simbolo verso il Paese nordafricano. Invitati tutti gli attori più importanti a livello e regionale. Rappresentanti di paesi come Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Francia, Germania, Spagna, Marocco, Tunisia, Gran Bretagna, Canada, Ciad, Algeria, Cina, Giordania, Malta. Ovviamente anche rappresentanti dell’Unione Europea, dell’Onu, della Lega araba e dell’Unione africana. E secondo quanto riferito dal ministro avrebbe confermato ‘interesse a partecipare’ -ne un sì, ne un no- anche il generale libico Khalifa Haftar, uomo forte del governo cirenaico di Tobruk. Ma su questo torneremo.

‘Approccio inclusivo’, che tradotto dal diplomatese, ‘Non tutti ma di tutto’, modello Rai. «Non imporremo scadenza, e vorremo evitare di stabilire altre date per le elezioni», sfotte verso la Francia il ministro. Che lunedì prossimo volerà a Mosca dove incontrerà l’omologo russo Sergej Lavrov per discutere della conferenza di Palermo. Un vertice promosso dall’Italia, che è stato sempre ostacolato dalla Francia e dal generale Khalifa Haftar, che volevano le elezioni a metà dicembre. Macron, che ha annunciato la nomina della nuova ambasciatrice francese a Tripoli, Beatrice Le Fraper du Hellen, primo rappresentante diplomatico inviato nella capitale dal 2019, dopo le bombe francesi e la chiusura della sede nel luglio del 2014, e il trasferimento delle competenze all’ambasciata di Tunisi.

L’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone, invece, è ancora a Roma. Allontanato da Tripoli perché ritenuto non gradito dalle milizie vicino ad Haftar. La colpa dell’ambasciatore italiano, secondo i libici, sarebbe stata quella di non aver appoggiato le elezioni di metà dicembre decise al vertice di Parigi tra Macron, Haftar e al Serraj (accordo mai sottoscritto dalle parti). Perrone, in alcune dichiarazioni, aveva detto che in Libia non ci sarebbero le condizioni necessarie per svolgere elezioni democratiche. Tuttavia la nostra ambasciata -ha ribadito Moavero- è aperta ed è retta dal vicario. Misteriosi e indefiniti accordi diplomatici. L’Italia punta alla Russia, lunedì Moavero, come detto, a Mosca, ma ieri anche Silvio Berlusconi, dall’amico Putin. Solo un caso?

Il generale Haftar, tuttavia, vuole ancora andare al voto il 10 dicembre prossimo e ha comunque fatto sapere che potrebbe decidere di intervenire ‘per riportare l’ordine a Tripoli’; insomma prendersi la capitale manu militari. Haftar ha anche detto che nel caso in cui le elezioni non si dimostrassero ‘trasparenti’ (manca la definizione di un arbitro), «il suo esercito sarebbe pronto a ripristinare la legalità con la forza». Una concezione decisamente autoritaria e sospetta, visto che dietro i tumulti che comunque a Tripoli, orma altre centro morti e migliaia di feriti, ci sia proprio la regia dello stesso Haftar con sostegno francese, proprio per andare il 10 dicembre alle elezioni. La posta in gioco è alta, con tanto petrolio e gas da estrarre ed appalti affidare a compagnie straniere.

Potrebbe piacerti anche