mercoledì 12 dicembre 2018

Austria 1938, l’Anschluss nazista, vittime o carnefici?

L’Austria dei rinnovati nazionalismi con venature neonaziste, 80 anni dopo l’annessione alla Germania di Hitler. Vittime o carnefici?
-Dai disordini al regime autoritario e quel traffico d’armi con Mussolini.
-L’assassinio di Dollfuss e il ‘protettorato’ italiano.
-Anschluss, marzo 1938, ”invasione” applaudita.
-Waldheim e Schüssel, peccati allo scoperto-
-«Lebenslüge» (bugia esistenziale), come è chiamata da molti austriaci: vittime sì, ma non troppo.

Sconfitta mondiale
e fine dell’impero

Austria 1938, l’Anschluss nazista, vittime o carnefici? Dopo il 1918 l’Austria aveva scoperto di essere un piccolo paese incuneato tra le Alpi in preda a difficoltà politiche, economiche e sociali. L’esistenza di uno spazio commerciale imperiale aveva infatti garantito i commerci e l’industria, ma dopo la pace di Versailles, quando i nuovi Stati avevano imposto barriere doganali, la crisi fu inevitabile, provocando inflazione e disoccupazione. Nonostante il desiderio di molti di unirsi alla repubblica tedesca, il trattato di Versailles impediva qualsiasi forma di un’eventuale rinascita tedesca o un semplice potenziamento della nazione sconfitta. L’Austria insomma era ridotta a una modesta repubblica che, come scrisse amaramente Stefan Zweig, era stata «condannata a vivere».

Dai disordini al regime autoritario
quel traffico d’armi con Mussolini

Nel Paese, dagli scontri di piazza si passò ad atti estremi, al limite della guerra civile. Nacquero due organizzazioni paramilitari: l’Heimwehr (difesa della patria) di segno conservatore, composta da cattolici e nazionalisti, e lo Schutzbund (lega di protezione) di matrice socialdemocratica che si affrontarono talvolta in piccole battaglie campali. La crisi del 1929 segnò anche la fine della democrazia che si trasformò, anche per influenza di Mussolini, in un regime dittatoriale retto da Engelbert Dollfuss. Per sostenerlo fu organizzata dall’Italia una «triangolazione» per la fornitura di armi: ottantamila fucili e un migliaio di mitragliatrici (residuati austriaci della Grande Guerra catturati dagli italiani) furono inviati prima in Ungheria, con la scusa della riparazione e manutenzione, e poi in Austria per armare l’Heimwehr.

L’assassinio di Dollfuss
e il ‘protettorato’ italiano

Dopo l’ascesa al potere di Hitler, che non aveva mai fatto mistero delle sue mire sull’Austria (scrivendolo chiaramente in «Mein Kampf»), le cose si complicarono. Alla ‘notte dei lunghi coltelli’ in Germania, quando cioè Hitler si liberò completamente di ogni possibile dissenso anche all’interno del nazismo, seguì a Vienna un tentativo di colpo di stato organizzato da appartenenti alle SS di nazionalità austriaca e nel corso del quale fu assassinato il cancelliere Dollfuss. La reazione fu però immediata e i cospiratori arrestati furono in seguito processati e condannati a morte. Anche sul piano internazionale vi furono azioni a sostegno dell’Austria e soprattutto da parte italiana – che non vedeva di buon occhio un accrescimento della Germania – fu fatto affluire in fretta alla frontiera del Brennero un corpo d’armata.

Anschluss marzo 1938
“invasione” applaudita

La protezione italiana però non durò a lungo: l’Austria costituiva un ostacolo nelle relazioni tra Italia e Germania, soprattutto a causa dell’isolamento internazionale italiano provocato dalla guerra d’Etiopia (ottobre 1935-maggio 1936), e gradatamente l’impegno assunto si affievolì. Poiché nel frattempo anche le altre potenze europee non mossero un dito per l’indipendenza austriaca, nel marzo 1938, con la scusa di garantire l’ordine interno, le truppe tedesche occuparono il paese e l’Austria fu annessa al Reich. Formalmente l’Austria cedeva alla violenza nazista, ma in realtà le cose andarono forse in maniera diversa, a cominciare dal fatto che in quei giorni – come fu documentato da migliaia di metri di pellicola dei cinegiornali – la popolazione accolse la Wehrmacht con un entusiasmo a dir poco eccessivo.

I dubbi del dopoguerra
vittima o complice

Da una parte l’Austria era una vittima del nazismo, cioè invasa militarmente, ma dall’altra sui comportamenti di molti austriaci sembrerebbe legittimo nutrire qualche dubbio, proprio a partire dal marzo 1938. Ad esempio il 29 marzo, prima ancora che si svolgesse il trionfale plebiscito a favore di Hitler, furono espulsi dall’esercito numerosi ufficiali. Il generale Wilhelm Zehner morì in circostanze misteriose durante una perquisizione in casa da parte della Gestapo per i suoi sentimenti anti-nazisti, ma fu l’unico, perché numerosi altri entrarono nella Wehrmacht o nelle SS, come il capo dei servizi di informazione austriaci generale Franz Böhme, incaricato della sicurezza del proprio paese, che si suicidò durante il processo di Norimberga, per evitare di essere estradato in Jugoslavia dove lo attendeva un processo per crimini di guerra. Altri generali di nazionalità austriaca nel 1938 subirono sorti simili, ma basti ricordare i tre estradati per crimini di guerra in Jugoslavia e in Unione Sovietica che finirono giustiziati.

Giustizia del dopoguerra
non scioglie le ambiguità

Il governo provvisorio austriaco emanò già nel maggio 1945 dei decreti volti a far giudicare tempestivamente sia i criminali di guerra, sia gli ‘illegali’, cioè coloro i quali avevano fatto parte di organizzazioni naziste anteriormente al 1938. Di fatto però dei quattro tribunali previsti per i giudizi (Vienna, Graz, Linz ed Innsbruck corrispondevano rispettivamente alle zone di occupazione sovietica, inglese, americana e francese) ne funzionò solo uno. Dei circa centotrentamila procedimenti avviati, solo ventitremila arrivarono alla sentenza di primo grado mentre le condanne furono tredicimila: in pratica il 10% dei procedimenti aperti. Poiché molte sentenze furono poi modificate in appello, alla resa dei conti risultarono meno di ottomila casi, calcolati su una popolazione che nel 1938 contava sette milioni di abitanti.

Waldheim, Schüssel
e la «Lebenslüge»

Nel 1985 scoppiò il famoso ‘caso Waldheim’, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, candidato alla presidenza della repubblica austriaca, attaccato per il suo passato nella Wehrmacht (per la precisione nei Balcani occupati) e prima ancora nelle SA. Anche se non emersero comportamenti da ‘criminale di guerra’, resta il fatto che il candidato alla presidenza omise accuratamente una parte del suo passato, come dichiarò del resto Simon Wiesenthal. Nel 2001 fu la volta del cancelliere Wolfgang Schüssel, in quanto il governo da lui presieduto tentò di minimizzare la questione dei beni sequestrati agli ebrei austriaci e incamerati nel patrimonio nazionale. Schüssel, che citò a difesa proprio i centotrentasettemila casi aperti nel dopoguerra, ottenne però un clamoroso autogol: da allora gli storici ripresero infatti le ricerche sulla denazificazione e solo ora sembra stiano lentamente emergendo casi dimenticati. Il primo è la cosiddetta «Lebenslüge» (bugia esistenziale), come è chiamata da molti austriaci: insomma vittima si, ma non troppo.

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