domenica 21 ottobre 2018

Tripoli caos, verso l’attacco finale?

Per le strade miliziani fedeli al governo di Accordo Nazionale aprono il fuoco da pick up dotati di armi pesanti. Allarme Onu, Già 110 i morti 20 mila gli sfollati. L’ombra del generale Haftar.
-Serraj e l’inviato Onu non possono recarsi a New York: se si muovono rischiano di essere uccisi
-Una intesa sulla ripartizione delle risorse petrolifere tra Haftar, il parlamento di Tobruk e la milizia di Misurata aprirebbe la strada alla resa dei conti finale con Serraj.

Serraj e inviato Onu
prigionieri a Tripoli

Tripoli caos, verso l’attacco finale? Un primo ministro costretto ad annullare la sua partecipazione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per motivi di sicurezza. «Se Fayez al-Serraj esce dal suo bunker e prova a raggiungere l’aeroporto rischia la vita», scrive l’Huffington Post. Stessa sorte per l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ghassan Salamè, che, pur sapendo che al Palazzo di Vetro uno dei temi centrali sarà proprio la crisi libica, deve rinunciare per le stesse ragioni di al-Serraj. Prigionieri di fatto a Tripoli, dove i combattimenti in corso -oltre cento morti e 20 mila sfollati- si rivelano molto più pericolosi di una violazione di tregua tra milizie.

La ripresa dei combattimenti alla periferia meridionale di Tripoli ha ormai le caratteristiche di una azioni militare coordinata che punta alla caduta del governo di Accordo nazionale guidato da un premier senza più seguito né potere.  A tirare le fila della opposizione politica ancora incerta strada armata e quella elettorale verso il potere, è l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar e il fronte politico-militare che lo sostiene, a cominciare dal parlamento di Tobruk e dalla milizia di Misurata. Ora si parla di una intesa raggiunta sulla ripartizione delle risorse petrolifere che aprirebbe la strada alla resa dei conti finale con Serraj.

In diverse occasioni, il maresciallo aveva assicurato che l’Esercito Nazionale Libico, il suo esercito, era pronto a marciare su Tripoli e che la presa della capitale sarebbe stata ‘rapida’. E la portata degli scontri di questi due ultimi giorni fanno temere che la resa di conti finale sia vicina. Nel sud di Tripoli, combattimenti aperti, con almeno 111 morti e 33 feriti. La Mezzaluna rossa e le autorità sanitarie di Tripoli hanno invitato i civili che abitano nell’area degli scontri a restare nelle proprie case. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, quasi 20mila le persone sfollate nella capitale in seguito agli scontri cominciati il 26 agosto.

Riesplode la violenza e rischiano di saltare in aria anche i pochi serbatoi di stoccaggio del petrolio rimasti in funzione. Secondo la National Oil Corporation, sono operativi solo tre serbatoi. La guerra del 2014 ha danneggiato nove serbatoi su 15 e in questi giorni è stato colpito il resto. Capacità petrolifera ridotta al venti per cento. In ballo una enormità di interessi che tra petrolio e ricostruzione, quando mai sarà, è stata calcolata in oltre 130 miliardi di euro. Assieme ad una autentica e malvagiamente nascosta tragedia umanitaria. Le “atrocità indicibili” a cui vengono sottoposti migranti e rifugiati imprigionati a Tripoli, denuncia l’Unhcr.

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