mercoledì 12 dicembre 2018

Attacco all’Iran, non solo terrorismo -Rischi di guerra totale

Sangue sulla mezzaluna rossa sciita. Marchio di fabbrica dell’estremismo sunnita. Sfida mortale che stavolta l’Iran subisce in casa, in quello che, per il segno politico che assume, appare più di un sanguinoso attentato.
-31 morti e 53 feriti secondo gli ultimi dati dell’agenzia ufficiale Irna.
-Chi spinge per arrivare a cosa?

Terrorismo di guerra

Attacco all’Iran, non solo terrorismo: attentato col marchio di fabbrica dell’estremismo sunnita. Ad Ahvaz quattro terroristi vestiti da militari hanno aperto il fuoco sulla folla, mentre era in corso la parata dell’esercito in occasione dell’anniversario dell’invasione delle truppe irachene nel 1980. Bilancio provvisorio trentuno morti, metà di loro Pasdaran, e una sessantina di feriti tra cui donne, bambini e giornalisti. Per il ministro degli Esteri Javad Zarif, «Terroristi reclutati, addestrati, armati e pagati da un regime straniero hanno attaccato Ahvaz. L’Iran ritiene responsabili di questi attacchi gli sponsor regionali del terrore e i loro padroni americani».

Vecchi nemici tornano

A rivendicare l’attentato sulla tv satellitare Iran International che dà voce all’opposizione iraniana, il gruppo di estremisti sunniti separatisti noto come al-Ahwaziyah, un gruppo separatista panarabo e sunnita creato negli anni Ottanta per rovesciare la Repubblica islamica e dichiarare l’indipendenza della sponda nord del Golfo persico a favore dell’Iraq. Di fatto un ramo del gruppo terroristico iracheno Jabhat al Tahrir, legati storicamente con Baghdad dal sostegno dato alle truppe di Saddam Hussein nella guerra-massacro degli anni ’80. Va anche detto che nella regione contesa si estrae il 90% del petrolio della Repubblica islamica.

Ora c’è anche Isis

In questo attentato, oltre alla rivendicazione del gruppo separatista c’è anche quello dello Stato islamico. Sarà importante capire chi sia il vero mandante. Un dato preoccupante per l’Europa, rileva Farian Sabahi, giornalista italo-iraniana su Il Manifesto, il fatto che il leader del gruppo risiede in Danimarca mentre le sedi ufficiali sono, oltreché a Copenaghen, anche in Olanda e Svezia. Quali interessi potrebbe avere l’Europa nell’accogliere sul proprio territorio i leader di movimenti terroristici che compiono attentati in Medio Oriente? L’eterno problema del terrorismo utile e di quello ‘nemico’, a convenienza del momento.

Rabbia iraniana

Poco prima dell’attentato ad Ahvaz, parata militare al Mausoleo di Khomeini, il presidente iraniano Rohani aveva denunciato Stati Uniti e Israele. «Il presidente americano, Donald Trump, perderà nel suo scontro con l’Iran, come è successo al dittatore iracheno Saddam Hussein». Rabbia e orgoglio nazionale, ma anche problemi reali in casa. Le sanzioni Usa, in vigore dal 7 agosto, hanno colpito finora a livello finanziario. Alcune cifre spiegano il malessere sociale crescente: la disoccupazione ancora al 12,4 % con un aumento di 1,4 punti nell’ultimo anno. Circa 3,2 milioni di persone sono senza lavoro, su una popolazione di 80 milioni.

L’onerosa guerra siriana

Un malessere che dipende anche dai costi della guerra siriana, rileva Umberto Di Giovannangeli sull’UffPost. Per sostenere direttamente Assad, l’Iran, come Stato, attraverso le proprie banche, ha investito oltre 4,6 miliardi di dollari, che non includono gli armamenti scaricati quotidianamente da aerei cargo iraniani all’aeroporto di Damasco, destinanti principalmente ai Guardiani della Rivoluzione impegnati, assieme agli hezbollah, a fianco dell’esercito lealista. Non basta. Almeno 50mila pasdaran hanno combattuto in questi anni in Siria, ricevendo un salario mensile di il presidente Rohani, intervenendo 300 dollari.

Avvenire e la Nobel

«Sono anni che l’Iran paga tutte le spese degli Hezbollah libanesi e ora anche dei ribelli Houthi yemeniti», dice a l’Avvenire Shirin Ebadi, avvocata, attivista dei diritti umani, e premio Nobel per la pace 2003. «Abbiamo speso molto denaro nella guerra in Siria e in Iraq, fondi che avrebbero dovuto essere diretti al miglioramento delle condizioni di vita del mio popolo e che, invece, hanno creato ulteriore povertà nel Paese. Uno degli slogan delle ultime manifestazioni: ‘Non spendete soldi in Siria. Usateli per noi’». Contro la linea politica del governo attuale, salvo rovesciamenti con forti tifoserie (e non solo) a livello internazionale.

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