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mercoledì 16 Ottobre 2019

Alto Adige, passaporti e dinamite, due destre per lo stesso territorio

Alto Adige o Sud Tirolo, tra passaporti, diplomazia e anche dinamite.
-Pericoli incombenti quando due destre litigano per lo stesso territorio.
-La storia lontana, dalla prima guerra mondiale al fascismo, al nazismo.
-Autoritarismi recenti e contrapporti a perdere

Se 100 anni non bastano

Alto Adige, passaporti e dinamite. La questione dell’Alto Adige sta per compiere cent’anni e nonostante l’età sembra agitarsi ancora: tutto iniziò infatti quando nel novembre 1918, sulla base degli accordi internazionali stipulati prima dell’entrata in guerra il 24 maggio 1915, l’Italia occupò l’attuale provincia di Bolzano portando il confine a nord fino al Brennero. I motivi principali erano di natura strategica e di sicurezza, ma si creava anche una situazione complessa e particolare: nel nuovo stato nazionale risiedeva una consistente minoranza di lingua tedesca, legata per cultura e tradizioni allo scomparso impero austriaco. Su scala minore più o meno lo stesso accadde anche sulla nuova frontiera orientale con altre minoranze di lingua diversa, sloveni e altri slavi del sud, ma quella di lingua tedesca era indubbiamente la più consistente e forse la più combattiva. Dopo un periodo incerto fino al 1921, il brusco cambiamento fu rappresentato dall’avvento al potere del fascismo, quando essere veri italiani al cento per cento divenne obbligatorio per tutti senza condizioni.

Fascismo e nazismo

Fu una pagina nera: non ci si limitò solo ad imporre un’unica lingua negli atti ufficiali, nelle scuole e nelle scritte pubbliche, ma ben presto ne divenne tassativo l’uso nelle cerimonie religiose, nei discorsi in osteria e perfino nei nomi e cognomi registrati all’anagrafe. Nel periodo più buio si arrivò ad imporre questi dolorosi cambiamenti nelle iscrizioni cimiteriali e si raggiunse perfino il grottesco quando i repertori delle bande musicali dovevano comprendere solo musiche popolari italiane. Non mancarono naturalmente altre intimidazioni, coercizioni, bastonature, condanne nei tribunali ordinari e di anni al confino da parte del tribunale speciale: il risultato fu la nascita per reazione di un nazionalismo di segno opposto che alla lunga produsse altrettanti guai. Il fascismo tra l’altro, dopo aver lusingato il regime di destra austriaco promettendo protezione per l’indipendenza in cambio del silenzio sulla questione dell’Alto Adige, lo lasciò solo nel momento del bisogno per mettersi d’accordo con la potente Germania di Hitler in piena ascesa.

L’espatrio

Poiché era del tutto esclusa una modifica dei confini esistenti, la soluzione fu trovata nel favorire l’espatrio verso la Germania di coloro i quali ne avessero fatto richiesta. Alla spaccatura già esistente tra popolazione di lingua tedesca e italiana, se ne aggiunse quella tra chi restava e chi partiva. Altra lacerazione foriera di ulteriori guai, soprattutto quando dopo la sconfitta della Germania nazista vi furono i rientri dei vinti, spesso senza l’abitazione da cui erano partiti, e nelle difficoltà economiche del dopoguerra. Dall’altra parte, poiché dal settembre 1943 al maggio 1945 la regione era diventata parte integrante del Reich e quindi Germania a tutti gli effetti, la popolazione italiana – che indubbiamente era stata vessata a sua volta dagli occupanti nazisti – non poteva più nutrire alcuna fiducia nei confronti di quella tedesca. La seconda guerra mondiale aveva dimostrato in maniera drammatica e inconfutabile che nessuno dei due nazionalismi che avevano agitato la questione dell’Alto Adige l’aveva risolta o attenuata, ma semmai peggiorata. La frontiera del 1946 non era cambiata rispetto quella del 1919, ma si aggiunse una difficoltà in più: nel clima della guerra fredda il Brennero divenne oggetto di preoccupazione per tutto l’Occidente nel timore di un crollo della fragile Austria qualora fosse stata attaccata dalle forze sovietiche.

Gli anni degli attentati

Sebbene molti credano che l’inizio della stagione degli attentati risalga alla famosa ‘notte dei fuochi’ (tra l’11 e il 12 giugno 1961), in realtà i primi attentati esplosivi erano incominciati cinque anni prima e cioè nella notte tra il 20 e il 21 settembre 1956, quando fu interrotta l’alimentazione elettrica di una linea ferroviaria. Da allora si verificò una vera e propria escalation che, oltre a produrre numerosissime vittime, allargò il solco tra le due comunità radicalizzando due opposti nazionalismi fino all’intolleranza. Tale situazione di contrapposizione si aggravò ulteriormente dato il valore strategico della regione in sé a causa della guerra fredda e non stupisce affatto se recenti studi storici hanno individuato la presenza diretta e il coinvolgimento di diversi servizi segreti europei nel provocare tensioni. La questione dell’Alto Adige fu discussa anche alle Nazioni Unite – dove furono lanciate all’Italia pesanti accuse –, ma bisogna anche ricordare che l’Italia per ritorsione si oppose all’ingresso dell’Austria in quell’embrione di Unione Europea che fu il Mercato Comune. Solo a partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso l’atmosfera cominciò a distendersi. Era stato approvato da un decennio il cosiddetto ‘pacchetto’, l’insieme di norme basate su ampie autonomie amministrative, fondato tra l’altro sull’uso paritario delle due lingue insegnate nelle scuole. La fine della guerra fredda, l’ingresso a pieno titolo nell’Unione Europea della repubblica austriaca e il trattato di Schengen migliorarono notevolmente il clima, tanto che la regione fu spesso indicata come ‘modello’ di convivenza.

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