domenica 21 ottobre 2018

Ricatto Brexit agli sgoccioli: vado, non vado, e se non vado?

Finta battaglia fra l’Unione e il Regno unito affinché la premier britannica Theresa May con poltrona traballante possa tornare in patria e chiudere un accordo con il suo partito.
-Problemi e spaccature tra i conservatori. Labour incerto, per un secondo referendum.

Brexit: 79% dei britannici
Theresa May negozia male

GB e ricatto Brexit agli sgoccioli. Vado, non vado, la volgarizzazione del dilemma shakespeariano attuale. Tutta e soltanto questione britannica il destino dell’uscita dall’Unione del Paese e non la presunta cocciutaggine degli europei, avverte l’Economist. I ‘cattivi’ non sono ‘continentali’ ma crescono sopratutto in casa, nonostante la profezia a Fmi che, senza accordo, Brexit sarà il disastro.
Le prese di posizione a Bruxelles quasi innocue -valuta Angela Manganaro, Sole24ore- rispetto alle imboscate dei 50 parlamentari Tory che tramano per defenestrare il capo del partito, quindi del governo. Theresa May se ne è lamentata in un’intervista alla Bbc nel weekend.

«A bit irritated»

A bit irritated, un po’ irritata, che tradotto dall’aplomb britannico vuol dire che Theresa May e (scusate), ‘incazzata nera’. Lo spiega sull’Ansa Alessandro Logroscino (la parolaccia è nostra), raccontando delle congiure intestine dei falchi del proprio partito e con gli attacchi -sulla sponda opposta- dei contestatori più irriducibili del divorzio dall’Ue. La premier conservatrice è dunque furiosa, ha perso la pazienza, è fuori dalla grazia di Dio (traduzione a modo dall’inglese alto).
Prossimo vertice europeo a Salisburgo, ma più minaccioso, il congresso annuale del suo partito dal 30 settembre a Birmingham. Allora si capirà se l’attuale leader dei conservatori ha i 320 voti che le servono alla House of Commons per far passare un eventuale accordo.

Piano Chequers

Brexit, e i nuovi problemi che la Gran Bretagna scopre giorno dopo giorno, ad esempio la stangata roaming, patenti da rifare e merci al palo. Tutti i rischi di un mancato accordo. Ecco il ‘dramma politico’ che stanno vivendo i Tory, nell’alternativa tra appoggiare il piano May -piano Chequers, dal nome della residenza estiva del primo ministro in cui è stato stilato- o il rischio di far saltare tutto, perché attualmente, neanche l’addio fissato il 29 marzo 2019 è scontato.
Le voci a favore di un secondo referendum, l’ultima quella del sindaco di Londra Sadiq Khan, ma ancora non si intravede un largo fronte compatto a favore del Remain. La buona notizia per gli europeisti britannici -valutazione Sole24ore- è che il fronte del Leave sembra messo peggio.

Sei mesi all’addio

La riunione cospiratoria di circa 50 deputati Tory ‘brexiteers’ per defenestrarla. Theresa britannica nei modi, ma vendicativa. Con meno di due mesi di tempo per chiudere le trattative con Bruxelles, «il dibattito dovrebbe riguardare non il mio futuro, ma quello dei britannici e del Regno Unito». Poi l’esagerato Boris Johnson, ex ministro degli Esteri con cui gli euroscettici potrebbero tentare di sostituirla.
Nello stile esagerato del personaggio (originalità british), Johnson aveva definito il piano Chequers per il Regno Unito, “un giubbotto esplosivo con il detonatore in mano a Michel Barnier”, l’uomo della trattativa a Bruxelles. Dalla trincea europeista, i sostenitori di un secondo referendum. «Sbocco escluso categoricamente da May -scrive Logroscino- consapevole che si tratterebbe della deflagrazione definitiva della parrocchia Tory, se non del Paese intero».

Labour referendum bis

Jeremy Corbyn, leader di un Labour non molto meno diviso dei Tories sul dossier Brexit, oggi sull’Observer si sbilancia: «May non ha “il mandato per giocare d’azzardo con l’economia britannica e la vita della gente», denuncia lanciando l’appello per un voto bis. Si tratta di affidare al popolo, argomenta, la decisione sull’esito di un negoziato avviato ai sui occhi verso un bivio tra “un cattivo accordo” per la Gran Bretagna e il temuto ‘no deal’, un taglio netto con i 27.
Scenari entrambi “incredibilmente rischiosi”, tuona, riecheggiando le paure della City e di molte “aziende”, non senza evocare pericoli per i lavoratori che potrebbero “diventare più poveri” e perdere il posto. «Una scelta fra il male e il peggio a cui il sindaco contrappone ora apertamente il ritorno alle urne, con inclusa “l’opzione di restare nell’Ue”. Troppo tardi? Forse».

Potrebbe piacerti anche