martedì 16 luglio 2019

Turchia, Erdogan, Finanza islamica e Politica Halal

La banca centrale turca ha alzato i tassi sfidando il volere del Sultano, per salvare la lira e l’economia nazionale.
-Ma il presidente, solo il 12 settembre si era nominato alla guida del Fondo sovrano di Ankara, e si era scagliato conto l’aumento dei tassi.
-Proviamo a capire cos’è la Finanza Islamica con l’aiuto di Marco Florian, che dà al governo la possibilità di decidere cosa è giusto (Halal) dietro il paravento della legge islamica (Sha’ria) e cosa è immorale (Haaram).

Legge islamica (Sha’ria)
il giusto (Halal),
l’immorale (Haaram)

Turchia, Erdogan, Finanza islamica e Politica Halal. Il giovane Erdoğan, ex consiliere speciale di Necmettin Erbakan, il primo capo di governo di estrazione islamica della storia della Repubblica turca, frequentatore della mochea di Iskedenderpasa ad Istanbul, è un adepto di una Tariqaat Sufi, la Naqshabndiyya-Khalidyyia, ispirata all’opera dei due padri ideologici Mehmet Kotku e Khalid-i-Baghadadi. La Naqshbandiyya è contraria ai valori occidentali e invita i propri adepti all’attivisimo politico (un unicum nel mondo Sufi, cosa che avvicina i Naqshbandi alla Fratellanza Islamica).
Attivismo che punta alla ricostituzione dell’impero ottomano come centro del mondo islamico (Umma) ed all’imposizione della Legge Islamica (Sharia). Non sorprende quindi che Erdogan segua un percorso di islamizzazione e riposizionamento strategico ed economico della Turchia. Ciò che vediamo oggi e che sorprende molti osservatori degli eventi turchi, e che porta molti analisti ad errate valutazioni delle intenzioni e pervicacia del presidente turco e dei suoi collaboratori e seguaci.

Islamizzazione dell’economia
occidente addio

Erdogan ha una forte avversione per i tassi di interesse, considerati usura (Riba) secondo la tradizione della legge islamica. Erdoğan, fedele alla tradizione intende favorire l’applicazione delle leggi della finanza islamica pura (Fiqh al-Muamalat) e quindi il ricorso a strumenti come il Qardh-ul hasan, una particolare forma di prestito ove il premio di rischio non è applicato come tasso di interesse ma sotto forma di “management fee”. Ma non potendo imporre il proprio volere alla finanza internazionale, Erdoğan deve operare nei limiti della politica fiscale e monetaria interna.
Già nel 2015 Erdoğan accusò di tradimento il Governatore della Banca Centrale Erdem Basci, colpevole di aver proposto il rialzo dei tassi di interesse per contrastare il tasso di cambio vacillante. Problemi che quindi non sono nati con le sanzioni di Trump (che li hanno aggravati ma non creati), ma sono ormai strutturali per l’economia turca. Oberata dai problemi di una bilancia commerciale derivanti da un’industria troppo povera di contenuto innovativo per competere con Europa e Stati Uniti.

Erdoganomics pericolosa illusione?
Istanbul hub globale

La finanza islamica è un forte crescita e secondo İbrahim M. Turhan, ex CEO della Borsa di Istanbul, raggiungerà nel 2020 il valore di 6.5 Trilioni di dollari a livello globale. Nei piani del governo, la città di Istanbul dove nel 2013 vi venne fondato il Global Center for Islamic Finance, diventerà l’Hub della finanza islamica. Alla Borsa di Istabul sono già attivi diversi indici per i prodotti finanziari islamici e diversi fondi di investimento che operano in Turchia secondo le regole della finanza islamica. A partire dal 2010 sono stati emessi in Turchia bonds islamici (Sukuk) per un valore di 7,2 miliardi di dollari. Cevdet Yılmaz, ex Primo Ministro ed ex Ministro dello Sviluppo, ha chiarito che lo scopo del governo è quello di far crescere la finanza islamica sino ad un valore pari al 15% del mercato finanziario turco entro la data simbolo del 2023.

 

Le Banche e Istituzioni
Finanziarie Islamiche

Sei Participation Banks già operano in Turchia, e precisamente: -Ziraat Katılım Bankası A.Ş. -Vakıf Katılım Bankası A.Ş. -Bank Asya, Asya Katılım Bankası A.Ş. -Türkiye Finans Katılım Bankası A.Ş. – Albaraka Türk Katılım Bankası A.Ş. -Kuveyt Türk Katılım Bankası A.Ş.
Il governo turco è intenzionato a triplicare il numero di istituti islamici operanti nel paese, entro il 2023.
Secondo Zubair Mughal del Center of Islamic Banking & Economics, il sistema bancario e finanziario turco ha una forte influenza nei mercati finanziari regionali. Kyrgyzstan, Tajikistan, Azerbaijan, Uzbekistan, ed altri paesi dell’Asia Centrale stanno supportando la presenza delle banche turche. Un processo simile è in corso nei Balcani ed in particolare in Albania, Bosnia, Macedonia e Kosovo.
Ci sono circa 1.400 filiali di banche islamiche operanti in Turchia, che impiegano oltre 20.000 addetti. Le stime degli esperti in materia anticipano che il settore della finanza islamica potrebbe raggiungere un valore di 100 miliardi di dollari entro il 2020.

Perché Erdogan punta
sulla finanza islamica?

  • La finanza islamica offre una valida alternativa alle fonti di capitali tradizionali, a costi accettabili e limitata esposizione alla speculazione.
  • La finanza islamica con le proprie leggi, permette infatti di “pilotare” la concessione del credito verso quei prodotti, servizi e progetti ritenuti puri (Halāl), evitandone latri considerati impuri (Haraam). Ottima scusa per eseguire politiche dirigiste, austere ed autarchiche;
  • Riducendo il ricorso ai mercati finanziari tradizionali, la finanza islamica permetter un controllo più stretto sull’economia e sull’industria;
  • Controllo che verrà facilitato dal processo di nazionalizzazione di aziende e banche turche, che entreranno tra gli strumenti di politica economica direttamente al servizio del governo. In tale ottica va vista anche la nomina di Erdogan a capo del Fondo Sovrano turco.

Strumenti di finanza islamica
e il nuovo mercato turco

  • Uno strumento è il Mudarabah, una tecnica di condivisione di profitti e perdite, dove un partner “dormiente” (Rabb-ul-mal), opera come prestatore e un partner “esperto” (Mudarib) presta la propria conoscenza e capacità manageriale.
  • Altro è il Musharakah (joint venture) in cui entrambi i partners sono chiamati a conferire capitale;
  • Se pensiamo allo Stato o istituti finanziari vicini al governo operare nel ruolo di ‘Rabb-ul-mal’ e l’industria come ‘Mudarib’, facile comprendere come sia facile ‘pilotare’ economia e società.
  • La diminuita disponibilità occidentale ad investire in Turchia può diventare un ulteriore strumento propagandistico. Il ‘cattivo occidente’ in contrapposizione al ‘salvifico support islamico’;
  • La visione islamica dell’economia, meno profitto e più approccio sociale, utile al proselitismo socio economico del governo. Le decisioni presentate come forme di welfare come il Qardh-ul Hasan (“prestiti caritatevoli”). Questi prestiti possono essere utilizzati da aziende pubbliche o da agenzie statali, a beneficio di cittadini e lavoratori da fidelizzare al partito;
  • Nel 2011 il 44% dei contratti pubblici venivano assegnati da dipendenti pubblici non soggetti ad effettive regole di trasparenza;
  • La trascorsa crescita di Pil al 7% annuo, legata al boom di export verso i paesi del Medio Oriente, del Nord Africa, e dell’ex Unione Sovietica. Di colpo, fra Primavere arabe e lungaggini con la UE, il tutto è venuto meno. Aumentando il risentimento popolare verso USA e UE e diminuendone l’importanza politica come partners.
  • La Turchia ha una larga base industriale, fornitrice di prodotti di qualità, ma il contenuto hi-tech dell’export turco è fermo ad un misero 2% sin dal 2002. Questo significa che i prodotti turchi sono competitive se venduti su mercati diversi da quelli occidentali, come il Medio Oriente, la Russia, l’Asia e l’Africa.
  • La debolezza della Lira turca è un altro elemento di penetrazione di mercati a bassa capacità di acquisto. Elementi che contribuiscono a spiegare il riposizionamento geopolitico e strategico di Erdogan.

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