mercoledì 19 settembre 2018

Ancora Cina, sempre più Cina: dove, cosa e come?

L’espansione economica cinese nel mondo, l’attualità con l’espansione ultima di Pechino in Africa, mentre Trump insiste con i dazi contro a proteggere l’impero di casa.
-L’analisi di Michele Marsonet ci svela qualche retroscena poco noto sui progetti cinesi.

Ancora Cina, sempre più Cina

Che la Cina si stia espandendo all’estero soprattutto con acquisizioni di asset strategici, e grazie a finanziamenti di grande portata, è ormai un dato noto. Negli ultimi tempi, tuttavia, tale tendenza ha avuto una notevole accelerazione, tanto da suscitare reazioni preoccupate nelle cancellerie occidentali e, soprattutto, negli Stati Uniti.
L’ultimo esempio – e sicuramente uno dei più eclatanti – è il piano di aiuti varato da Pechino a favore dei Paesi africani. Xi Jinping e l’attuale gruppo dirigente, in questo caso, sono stati generosissimi, visto che si parla di decine di miliardi di dollari, in apparenza a fondo perduto.

Naturalmente le reazioni africane sono entusiaste e tali da far prevedere un aumento esponenziale dell’influenza cinese in quello che resta tuttora il continente più povero del globo. Da notare anche il fatto che sono coinvolte tanto le nazioni dell’Africa nera quanto quelle arabe, incluso l’Egitto di al-Sisi.
Domanda: che ci guadagna il colosso asiatico nel praticare una politica simile? Presto detto. I cinesi acquisiscono un accesso privilegiato a materie prime di cui hanno grande bisogno e a infrastrutture strategiche quali porti e aeroporti. In cambio esportano prodotti finiti, spesso espellendo gli occidentali da mercati che, nonostante la povertà di fondo, restano comunque assai appetibili.

Gioca a favore della Cina il non avere alle spalle una storia di colonialismo (almeno recente) e, anzi, di essere stata essa stessa vittima delle spartizioni coloniali europee e americane. Una sorta di “verginità” che viene sfruttata con grande abilità dalla Repubblica Popolare.
Però non è tutto oro quel che riluce, e analisti africani hanno messo in guardia i loro governi dal pericolo di legarsi mani e piedi a Pechino. Prima o poi il conto verrà fatto pagare, e si è già rilevato che le aziende cinesi in Africa – ma non solo – si comportano in maniera spregiudicata, fornendo ben poche garanzie ai lavoratori locali.

Altro pericolo è (1) il dover acquistare prodotti cinesi anche quando sono meno competitivi di altri, e (2) la cessione alla Cina delle infrastrutture strategiche dianzi menzionate. Un cappio al collo, insomma, che alla lunga può risultare controproducente.
Il problema, tuttavia, non riguarda solo il continente nero. Pure l’America latina è nel mirino, giacché nel 2013 una compagnia di Hong Kong si è aggiudicata una concessione cinquantennale per costruire il canale del Nicaragua, in competizione con quello di Panama, causando una certa apprensione a Washington.

Per non parlare della vecchia Europa dove, per esempio, il grande porto greco del Pireo è stato acquisito per l’appunto dalla Cina. E la Repubblica Popolare continua a fare spesa in molti Paesi europei, Italia inclusa.
E’ chiaro che la Cina vuole dare di sé l’immagine di una nazione espansiva sì, ma pacifica, ove si eccettuino le aree geograficamente più prossime, con la militarizzazione del Mar Cinese Meridionale e le continue pressioni su Taiwan.

Si tratta, in fondo, della prosecuzione di una politica inaugurata nel lontano 1955 alla Conferenza di Bandung. In quel caso Zhou Enlai riuscì a schierare la Repubblica Popolare nel campo dei non allineati, rimarcando la propria distanza sia dagli Usa che dall’Unione Sovietica.
Oggi la situazione è mutata con l’elevazione della Cina al rango di superpotenza globale. Ma si rammenti che tutto viene fatto per assicurare alle esportazioni mercati nuovi. Una loro flessione avrebbe senz’altro conseguenze negative sulla stabilità interna, e sul progetto di rendere il livello di vita della popolazione sempre più vicino a quello dell’Occidente.

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