lunedì 17 giugno 2019

Mediterraneo sempre più in guerra, Nato/Ue sicurezza adeguata?

Mediterraneo epicentro degli scambi commerciali e culturali della penisola italiana.
-Nel Mediterraneo centro orientale e Balcani l’Italia esporta più del doppio che in Cina, Russia ed India insieme.
-Mediterraneo sempre più mare in guerra: quale sicurezza possibile per i prossimi decenni?

Mediterraneo cassaforte Italiana
con troppe guerre attorno

  • Tra Mediterraneo centro orientale e Balcani, l’Italia esporta più del doppio che verso Cina, Russia ed India insieme!

  • In questa area si concentrano i maggiori investimenti strategici delle nostre grandi aziende: idrocarburi, energia, infrastrutture, telecomunicazioni.

Tanta Italia attorno

Mediterraneo sempre più in guerra e l’Italia al centro della regione. Centro strategico. Le aziende italiane di interesse nazionale producono il 5% del PIL bulgaro, oltre 40.000 aziende italiane operano in Romania, l’Italia ha enormi interessi nel settore energetico in tutta l’area dell’Eastmed (investimenti di ENI, Snam ed Edison nello sfruttamento di giacimenti offshore, pipeline di trasporto del gas naturale, o di ENEL e Terna nella produzione e trasporto di energia elettrica). L’Italia, uno dei fattori di stabilità e sviluppo di un’intero blocco geografico, nel quale trovare uno sbocco primario per le nostre merci ed i nostri investimenti infrastrutturali, e dal quale ricevere “sicurezza” per i prossimi difficili decenni.

Nato / Ue strumenti
efficienti di stabilità?

Dallo scoppio delle Primavere arabe, la stabilità dell’area è stata minata da una serie di crisi che ancora oggi non vedono soluzione e che potrebbero anzi aggravarsi nel tempo, come fanno temere le tensioni attorno a Siria, Libia e Cipro. Dal punto di vista delle capacità di difesa e sicurezza europee, la spinta alla promozione degli interessi nazionali da parte di diversi paesi membri, ha complicato lo status dell’area, generando frizioni fra alcuni dei partners maggiori -Italia/Francia sulla Libia l’esempio più clamoroso- e fondati timori di futura instabilità in tutto il quadro regionale.
Non è neppure possibile escludere possibili scontri fra stessi membri della NATO e della UE, vedi Grecia/Turchia/Cipro. In questo quadro preoccupante, nel quale l’attuale struttura NATO potrebbe non garantire più la stabilità dell’area, e in attesa dell’effettiva costruzione della Difesa Unica Europea, diventa importante un dibattito già avviato, ma sottotono, sull’opportunità di affiancare a quelle esistenti strutture/organizzazioni multinazionali nuove.

Una difesa regionale
a integrare Nato e Ue?

Immaginare ad esempio uno scenario nel quale Italia, Romania, Grecia, Bulgaria, Croazia, Slovenia, Macedonia, Montenegro, Albania, Cipro e Malta, decidano di integrare le proprie capacità industriali, logistiche, scientifiche, di difesa. Una ‘Integrazione Mediterranea Balcanica’, IMB, come potremmo chiamarla. Un nuovo organismo affiancato a Ue e Nato che garantirebbe coordinamento in caso di crisi regionali, sgravando le due organizzazioni superiori (Ue/Nato) da compiti impropri o politicamente di difficile gestione.
Anche in questo caso, come in quello delle forze armate europee, si tratterebbe di creare e gestire un processo complesso con un arco temporale non breve, che parta da alcune funzioni di base per confluire poi in una piena integrazione degli strumenti militari, infrastrutturali, scientifici e politico-amministrativi a supporto. Un processo più semplice e rapido di quello delle forze armate europee, non dovendo gestire 28 paesi, alcuni dei quali con interessi strategici divergenti (pensiamo alle differenze fra Lituania e Portogallo).

Risorse già imponenti

No al 2% di spesa militare/pil. ‘Integrazione Mediterranea Balcanica’, spende già tanto, ma potrebbe spendere meglio. Eliminazione di unità militari doppie, la riduzione di personale, omogeneizzazione dei mezzi, dismissione di sistemi d’arma vetusti, l’accorpamento di funzioni addestrative, logistiche e di comandi garantirebbe notevoli risparmi, ammodernamento ed incrementi di efficienza.
Dai dati resi disponibili da più fonti (NATO, Ministeri della Difesa), attualmente i dieci paesi coinvolti, destinano alla funzione difesa circa 32 miliardi di €/anno (valori 2017).
Cifra pari all’ 1,25% del PIL nominale cumultativo 2018 (molto meno del 2% chiesto dagli Usa), è comunque una cifra rilevante. Molto di più se si utilizza uno strumento un po’ misterioso chiamato ‘PPP Militare’, ideato dalle Nazioni Unite (Assemblea Generale, Documento A/40/421, 1985, “Costruzione degli indici dei prezzi militari e PPP per la comparazione della spesa militare”). PPP è l’acronimo di Parità di Potere di Acquisto, uno strumento usato da tutte le organizzazioni internazionali (ONU, FMI, Banca Mondiale) per paragonare in maniera omogenea le economie di paesi diversi.

‘PPP Militare’

Il PPP Militare è usato per creare un indice per il calcolo omogeneo della spesa militare fra diversi paesi. Senza addentrarsi oltre in tecnicismi, la spesa per la difesa una volta armonizzata secondo il ‘PPP Militare’ arriva alla cifra equivalente di 40 miliardi di € circa. Ottimizzando la ripartizione dei budget esistenti secondo lo schema ideale NATO (25% investimenti 25% operatività ed addestramento, 50% spese di personale), si avrebbe una cifra disponibile per nuovi investimenti pari a 9.5 miliardi ‘PPP Militare/anno’. Una cifra davvero enorme, valori superiori a quelli di Francia e Regno Unito, che però in quella cifra devono mantenere non solo le loro imponenti capacità convenziali, ma anche quelle nucleari.

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