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venerdì 20 Settembre 2019

Tripoli, guerra non solo a Serraj, Libia non solo migranti

Serraj chiede aiuto alle milizie di Misurata. Trecento mezzi blindati entrano nella capitale in difesa del premier. Oggi il tentativo di mediazione dell’Onu con le milizie
Italia ‘Paese guida’ della Libia promise Trump, poi scoprì che noi ci occupavamo soltanto di migranti, e lasciò alla Francia.

Penultima battaglia

Tripoli, guerra non solo a Serraj, battaglia in corso, e non si sa ancora come andrà a finire. Trecento tra blindati e «tecniche», i pick up armati con mitragliatrici e lanciarazzi, a Tripoli che hanno sfilato lungo le strade per poi prendere posizione nella caserma di Tajura, alla periferia occidentale della città. Mezzi arrivati da Misurata su ordine del generale Mohammad al Zain, il capo della «Forza Antiterrorismo» che ha accolto la richiesta di aiuto che gli ha rivolto Fayez al Serraj. La risposta alla «Settima Brigata» di Tarhuna che, in otto giorni di combattimenti ha provocato almeno una cinquantina di morti e oltre cento feriti e reso ancora più debole il già fragile governo di accordo nazionale.

Perfidie e tradimenti

La speranza dell’esecutivo di Serraj a sostegno italiano e Usa, è che l’arrivo in città delle forze di Misurata induca la «Settima Brigata» a fermare l’offensiva che anche ieri l’ha vista fronteggiare le milizie filo-governative nell’area di Alhadba Alkhadra, a 6 chilometri dal centro e dall’ambasciata italiana. Il problema è anche quello di capire i reali schieramenti delle milizie tribali. Esempio, le forze di Zintan, città a 160 chilometri da Tripoli, dove vive libero Seif Al Islam, il figlio di Gheddafi, milizie chiamate in aiuto da Serraj, e all’ultimo minuto alleate invece con la «Tarhuna». Anche dalle milizie di Zintan le accuse di corruzione contro le brigate che dovrebbero garantire la sicurezza di Tripoli.

Mediazione Onu

La missione Onu ha convocato per oggi i rappresentanti delle milizie per aprire un dialogo. Trasformare gli attori militari in politici o almeno ascoltare le loro istanze nelle trattative, some sostenuto da un recente studio dell’Ispi di Milano. Ma a decidere sull’esito dell’incontro sarà in gran parte il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, attualmente vicino alla «Settima Brigata» ribelle, capo della sola forza armata organizzata in esercito, oltre le milizie, che apertamente si prepara a concorrere alla presidenza, sostenendo la proposta francese di elezioni generale entro la fine anno mettendo da parte Serraj. Ed ecco che la proposta italiana di rinvio elettorale diventa ‘atto ostile’.

Sordi e orbi?

Tre ministri italiani nelle ultime settimane in Libia. Sorpresi dagli eventi. Ed è sempre più in forse la conferenza italiana sulla Libia fissata per fine settembre. Dalle parti della Cirenaica l’hanno presa decisamente male. E non basta a fare la pace le visite insistite di qualche alto funzionario Aise ad Haftar, visto che oltretutto, da quella parte dei servizi segreti sta per cambiare tutto per scadenza di mandato (già in proroga) del direttore Alberto Manenti. Tempismo imperfetto visto che Manenti è conosciuto e rispettato in Libia col nome di ‘Tarhuna’, dalla regione dove lui nacque, figlio di migranti all’incontrario. Ancora senza data l’incontro tra il ministro degli Esteri Moavero e Haftar.

Onore di bandiera

Intanto l’ambasciata italiana a Tripoli rimane formalmente aperta, anche se con personale ridotto, ridottissimo, per ragioni di sicurezza. Nella rappresentanza rimangono alcuni diplomatici, tra cui il numero due della missione, Nicola Orlando. Molto da ricominciare a Tripoli, se non sarà l’addio. «Sarà anche colpa delle ambizioni francesi sulla Cirenaica, dell’incapacità dell’Ue di marciare unita nel Mediterraneo, del sostanziale disinteresse americano, ma l’instabilità e gli errori in Libia sono anche italiani», osserva Alberto Negri in un suo editoriale. Primo, aver contribuito alla caduta di Gheddafi; due, il ritardo nel prendere atto che la Libia è tornata ad essere Cirenaica e Tripolitania.

‘Paese guida’ per chi?

La Libia non è più da un pezzo un solo Paese, e la Cirenaica del generale Khalifa Haftar va per conto suo, sostenuta da Egitto, Francia, Russia, Emirati, tutti avversari dei Fratelli Musulmani che a Tripoli puntellano il governo di al Sarraj. Governo fragile e inconsistente che non lo appoggia quasi nessuno, se non l’Italia perché costretta a patti sui flussi dei migranti. E a dire che ‘il Re è nudo’ è ancora Negri: «Con l’Eni siamo il maggiore produttore di petrolio perché spinti a raggiungere singoli accordi con le milizie armate, non con Sarraj. Mentre gli Stati Uniti hanno così illuso i governi Renzi, Gentiloni e ora pure quello di Conte con finte investiture di un nostro ruolo libico assai contestato».

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