Orban Salvini amici ideologici, ma quali interessi condividono?

Csárdá ungherese

Orban Salvini amici ideologici. Il premier ungherese alleato dell’attuale governo italiano per ridurre il peso di Bruxelles (quanto basta ma non troppo) e soprattutto per blindare le frontiere Ue, ma senza abbandonare il protettivo tetto del Partito popolare europeo, perché Viktor Orban è sovranista, ma non stupido. A destra ma non troppo, e sempre con una via di fuga. Perché il premier ungherese non sembra affatto intenzionato a dire addio al Ppe, famiglia politica alla quale il suo Fidesz è affiliato, con qualche e ben motivato imbarazzo in casa ‘popolar-democristiana’. Gli interessi di Orban sono chiari (quelli di Salvini molto meno): «se a qualcuno venisse in mente di cacciarci (dal Ppe), il dialogo con Salvini è la prova che c’è già chi è disposto ad accoglierci a braccia aperte». Un esplicito ricatto. La minaccia di una coalizione di movimenti sovranisti per andare allo scontro con «i vecchi partiti dell’establishment», popolari, conservatori e ‘moderati’, almeno sino a ieri.

Salvini randello

‘Amico’ Salvini sul fronte anti immigrazione, forse, ma poi andiamoci calmi (dicono a Budapest). Tanto per cominciare, sugli immigrati, che li ha, se li tiene, con Orban e destre assortite che bloccato la necessaria rivisitazione del trattato di Lisbona sulla ricollocazione dei migranti. Un ‘problemino’ di coerenza per Salvini che è parte di un governo che strepita sulla ‘frontiere europea’ per i nostri sbarchi. Ma torniamo a Orban, discusso ospite di Milano e alla partita doppia, Ppe, Lega. Non sarà Orban a dire addio al Partito Popolare europeo, è la valutazione diffusa, con Salvini a doverne prendere atto. L’affiliazione alla famiglia politica di cui fanno parte, tra gli altri, Forza Italia, la Cdu di Merkel o il Ppe spagnolo, e che guida le tre principali istituzioni Ue, è paracadute per l’Ungheria. Commissione europea molto più morbida con Budapest che con Varsavia, governo conservatore, non Ppe.

Maldipancia popolari

Compromesso sì, ma sino a un certo punto. A luglio la Commissione ha deferito Budapest alla Corte di Giustizia per non aver rispettato la normativa sull’asilo e sui rimpatri, e procedura di infrazione per le norme che puniscono chi aiuta i richiedenti asilo. Segnale duro, ma non rottura. Anche perché non è chiaro se sia possibile cacciare un intero partito. Ovviamente dall’altra parte, controminaccia molto aleatoria, in caso di espulsione, di aderire ad una ‘Lega delle Leghe’ buttata lì da Salvini. Oggi a Milano, anche se non si tratta di un ‘vertice istituzionale’, insistono imbarazzati gli alleati di governo 5S, si parlerà di un fronte comune anti-migranti (con tante contraddizioni già citate), ma non oltre. Cooperazione Roma Visegrad (con l’alleato austriaco Kurz) non per governare l’immigrazione, ma a bloccarla definitivamente. L’Europa dei muri.

Paradosso finale

L’interesse dell’Italia è spingere per una redistribuzione dei profughi. Il Trattato di Dublino stabilisce che i richiedenti asilo debbano rimanere, in attesa di ottenerlo, nei Paesi di primo arrivo, e questo grava in modo sproporzionato sui Paesi mediterranei. L’Ungheria ha però messo in chiaro che i profughi che arrivano in Italia, Grecia e Spagna non li vuole. Come si fa a vederla come un alleato? Altro paradosso, nell’idea stessa di Europa. Da Budapest a Roma, i populisti vogliono affossare il progetto di un’Europa senza frontiere. Torniamo ad un’Europa delle nazioni, dicono semplificando rozzamente tante complessità, dove ognuno torni a farsi gli affari suoi e a perseguire i suoi interessi nazionali. Quesito finale per Orban o per Salvini, ognuno scelga l’interlocutore: a farsi solo gli interessi nazionali propri, come la mettiamo quando un nostro vicino di casa, esempio l’Ungheria (o l’Italia), ha interessi radicalmente diversi dai nostri?

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