• 28 Febbraio 2020

Afghanistan, taliban e Califfo risorto con Putin ‘paciere’

Afghanistan, Taliban e Califfo risorto
Chi si ricorda più dell’Afghanistan? Beh, a essere sinceri, in questi ultimi tempi quella che era stata la regione più turbolenta dell’Asia Centrale, oggi sembra un po’ messa da parte dalla pubblicistica. Sembra. Perché analisti, diplomatici ed esperti di strategia le danno spesso uno sguardo di sguincio. Sì, perché la situazione è un tantino ingarbugliata e i resti di quello che fu il “glorioso” esercito dello Stato Islamico adesso guardano, con sempre maggiore interesse, a questo spicchio di pianeta. Anche se i rapporti tra il resuscitato Califfo (è ricomparso con un audio-messaggio qualche giorno fa) e la galassia talebana non sono proprio idilliaci.

Intanto, nel quasi silenzio della stampa internazionale, proprio due settimane fa i tagliagole “pashtun” sono tornati all’assalto, con un massacro: hanno ucciso, in quattro diverse località, più di 200 uomini del governo di Kabul, tra soldati, poliziotti e miliziani. In particolare, i talebani hanno colpito duro nella provincia di Ghazni e 250 km più a nord-est, nella provincia di Faryab. Contemporaneamente, i “barbudos”, eredi di bin Laden, hanno riconquistato anche il Distretto di Ajristam, sbaragliando alcune unità di élite (si fa per dire) di Kabul. Che si sono immediatamente squagliate alla prima raffica di kalashnikov.

Un altro micidiale attacco, in perfetta sincronia e a dimostrazione di una notevole capacità di coordinamento, è stato condotto contro un’altra base governativa, quella di Janghal Bad, provincia di Baghlan. Qui i rivoltosi hanno praticamente tagliato in due l’autostrada che collega Pul-i-Kumri a Kunduz, isolando in qualche modo Kabul lungo l’asse nord-sud del Paese. Gli esperti del Pentagono, in gramaglie, sono letteralmente annichiliti dalla potenza di fuoco dimostrata dalle unità talebane, che si credevano molto ridimensionate. Anche perché i talebani adesso chiedono come “garante” diplomatico Putin e s’incontreranno con lui a Mosca.

Insomma, dopo vent’anni di guerre, guerriglie e guerricciole, sembra di essere tornati nuovamente al punto di partenza. E la notizia che il terrorismo internazionale fa sentire alta la sua voce, anche nei Paesi vicini, come il Tagikistan, dove l’Isis ha rivendicato l’uccisione di un gruppo di ciclo-turisti, complica ulteriormente gli scenari. L’esperto americano, il colonnello Martin O’Donnell, ha cercato di minimizzare, ma ha dovuto riconoscere che indubbiamente i talebani sono al contrattacco e non esitano, sempre più frequentemente, a farsi scudo dei civili. Cosa che impedisce all’US Air Force di replicare con efficaci bombardamenti mirati.

Che la situazione stia prendendo una brutta piega è testimoniato dal fatto che qualche giorno fa il New York Times ha voluto dedicare alla crisi afghana un report speciale. Il corrispondente di guerra Rod Nordland non ha esitato a scrivere che ormai la situazione sembra scappata di mano a tutti. E che quello che non manca in Afghanistan, oltre ai morti, al sangue e al terrore, sono le bugie, con le quali probabilmente viene ancora raccontata questa sporca guerra. Corruzione e doppio gioco la fanno da padroni e lo stesso presidente Ashraf Ghani, fatica essere informato correttamente e a rendersi conto della situazione.

Ormai i talebani, in un’orgia di sangue, sparano su tutto quello che si muove e fanno saltare in aria, con attacchi kamikaze, anche innocenti scolari, letteralmente fatti a pezzi dalle bombe. Nordland racconta che la città di Ghazni, la scorsa settimana, era letteralmente costellata di cadaveri. Alla faccia di tutti gli sforzi fatti dalla coalizione occidentale che, da quasi vent’anni, spende denari e vite umane per cercare di riportare la pace in una regione che non ne vuol sapere. Tutto questo In un “impero del male” in cui all’estremismo islamico, al feroce tribalismo e alle ataviche vendette si somma il lucroso contrabbando di tonnellate di oppio, che diventerà presto eroina.

Un commercio sanguinario, in cui i pretesti religiosi mascherano quelli che potremmo definire le ragioni dei “mercanti nel tempio”. Tutto questo mentre il retrobottega di cotanto gioco al massacro, il Pakistan, è sempre più sull’orlo di una crisi di nervi. Un Paese in cui estremisti islamici, signori della guerra e le bellicose tribù del Waziristan cambiano nemici e alleati, con disinvoltura, ogni giorno che passa. Insomma, la confusione regna sovrana, e il New York Times arriva a titolare, non senza una punta di macabra ironia: “Chi sta vincendo la guerra in Afghanistan? Dipende di quale guerra parliamo”. Nordland, coraggioso giornalista in prima linea, non ha dubbi.

Mai, forse, come nel conflitto afghano, confusione e menzogne s’intrecciano a delineare scenari fuorvianti per tutti. Anche per i cosiddetti strateghi, anche per gli uomini del Pentagono, anche per quelli del Dipartimento di Stato e del Consiglio per la sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Tutti incapaci di leggere una crisi che ormai è talmente surriscaldata da mandare fuori giri qualsiasi motore diplomatico. A questo aggiungete la notoria mancanza di “sensibilità” in politica estera dimostrata dal Presidente Trump e la frittata è fatta. Insomma, anche in Afghanistan, possiamo solo sperare che il Signore ce la mandi buona.

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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