lunedì 19 Agosto 2019

I prigionieri di Nave Diciotti, profughi ed equipaggio

Stallo nel porto di Catania per nave Diciotti della Guardia costiera con a bordo 177 profughi, da sei giorni sulla motonave, prigionieri insieme all’equipaggio.
Braccio di ferro con Bruxelles, ma sorgono problemi umanitari e di legalità.
E partiti di governo insolitamente silenti forse si accorgono di essersi cacciati in una pasticcio da cui non sanno come uscirne.

Da soccorritori
a carcerieri in carcere

I prigionieri di Nave Diciotti un’altra notte a bordo nel porto di Catania. Nessuno sbarco fino a quando «l’Europa non ricolloca gli immigrati». Nella guerra contro Bruxelles, Salvini usa i 177 sulla nave della Guardia costiera, equipaggio compreso, come ostaggi, è l’accusa da più parti. E il governo, da 24 ore tace.
Come tace l’Unione europea, che probabilmente lascia siano altre indignazioni umanitarie e di Stati, ad intervenire con soluzioni o a dire basta al ricatto sulla pelle di quei 177 disgraziati, quasi tutti provenienti dall’Eritrea, zona di guerra, tra cui almeno venti bambini.
C’è anche qualche problema legalità in casa nostra. «La nave Diciotti è territorio italiano, chi è a bordo deve poter esercitare i diritti assicurati sia dal nostro ordinamento che dal diritto internazionale», sostiene il Garante dei detenuti, Mauro Palma.

La nave è già Italia

Le navi della Marina sono territorio italiano, e chi è a bordo deve poter esercitare i diritti che hanno tutti coloro che sono nel paese. Il diritto a chiedere asilo, ad esempio, e per l’Italia a rifiutarlo. Ma ora è impedito. Privazione della libertà con arbitro esclusivo l’autorità giudiziaria, è la regola, articolo 13 della Costituzione: «Non è ammessa forma alcuna di detenzione né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Peggiori violazioni nel caso dei minori.
Se uno dei migranti sulla Diciotti ricorresse alla Corte di Strasburgo, il governo rischierebbe molto seriamente una condanna per detenzione illegale. Gli approdi si possono fermare, ma nell’ordine di alcune ore e solo per decidere il porto sicuro, o per organizzare le operazioni di sbarco, spiegano i tecnici. Piaccia o non piaccia alla nuova versione del Viminale.

Profughi strumento

Esibizione di forza italiana a causa della conflittualità tra gli stati dell’Ue, ma forzature pericolose già partendo dalla minaccia di riportare i migranti in Libia, illegale e impossibile. Partito politica
con le ‘formazioni ufficiali’ defilate, che forse si accorgono di essersi cacciate in una pasticcio da cui non sanno come uscirne. «Sequestro di persona plurimo di Stato», lancia lo scrittore Roberto Saviano, che però va oltre la semplice provocazione culturale.
«La legge – scrive Saviano su Twitter – prevede che un soggetto possa rimanere nella disponibilità della polizia giudiziaria (tale è la Guardia costiera) per un termine massimo di 48 ore. Trascorso questo tempo, senza la convalida di un giudice, siamo al cospetto di un sequestro di persona. È vero o no, quanto affermo, procuratore della Repubblica di Catania, dottor Carmelo Zuccaro? Lo chiedo a lei perché, almeno questa volta, è competente a procedere». Problemi reali ed imbarazzi.

Marineria offesa

La vicinanza de ‘Il Fatto quotidiano’ ai 5stelle è nota. Significativo quindi se Marco Pasciuti, su quel giornale, attacca a destra ricordando il patriottismo attorno a due marinai italiani bloccati in India in attesa di processo. «È gli uomini della Guardia Costiera che hanno salvato vite in mare – come prevedono le leggi internazionali – possono essere tenuti per giorni a bagno in mare fuori dai porti italiani?». Bella domanda.
Sull’onore degli uomini della Guardia costiera bloccati da sei giorni tra Lampedusa e Catania non si è sentita una parola. «Perché in questo caso la destra, Matteo Salvini in primis, dovrebbe difendere l’onor di patria dei marinai della Diciotti dall’”arroganza” dello stesso Stato italiano che non li fa attraccare sul proprio territorio (in conflitto con il collega Toninelli e nel silenzio della collega Trenta). Quindi dall’arroganza del suo stesso ministero, quindi dello stesso ministro. Quindi dalla propria arroganza».

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