venerdì 23 Agosto 2019

Catastrofi italiane, prima del ponte le dighe oltre il Vajont

Prima del ponte di Genova, dighe maledette.
-Vajont, 1963, 2000 morti sotto una marea di acqua a fango scagliata fuori dalla diga da una frana che incombeva da tempo.
-1923, la diga di Gleno in val di Scalve, provincia di Bergamo.
-Il ‘Vajont dimenticato’ del 1935 alla diga di Sella Zerbino, val d’Orba, Ovada, Piemonte.
-Val di Stava, trentino, 1985.

Vajont, ‘come un sasso nel bicchiere’

Catastrofi italiane. La prima vicenda tornata alla mente in queste giornate amare è la diga del Vajont: nella notte del 9 ottobre 1963, una frana di milioni metri cubi di terra e roccia staccatasi dal monte Toc precipitò nell’invaso provocando la fuoriuscita di altrettanti milioni di metri cubi d’acqua. «Come un sasso nel bicchiere», scrisse Dino Buzzati. Questa spaventosa ondata d’acqua e detriti ricadde sul greto del Piave con una forza inaudita che praticamente polverizzò la cittadina di Longarone, a pochi chilometri da Belluno. Le vittime furono duemila, nella stragrande maggioranza sorprese nel sonno nelle case o in piccolo numero all’uscita dai bar dove avevano assistito a una partita di calcio trasmessa dalla televisione. I commenti ufficiali parlarono subito di ‘dolorosa fatalità’. Quando poche e deboli voci descrissero invece le circostanze esatte dell’avvenimento (ipotizzando cioè un errato comportamento umano alla base della tragedia), Indro Montanelli indignato parlò di «sciacalli».

La diga spezzata di Gleno

1923, diga di Gleno, val di Scalve

Montanelli aveva torto, ma per comprenderlo passarono decenni. La pericolosità della frana era nota, ma poco o nulla era stato fatto per evitarne le conseguenze: l’unica soluzione sarebbe stata svuotare il bacino per non far tracimare l’acqua, ma la diga era stata costruita per produrre energia elettrica e senz’acqua non sarebbe stato possibile. Anche sul Vajont rimasero in parte per anni le convinzioni sulla fatalità, eppure in periodi differenti e dimenticati proprio in Italia erano già accadute altre tragedie riconducibili a comportamenti umani nella costruzione e nella gestione di dighe.
Nel 1923, esattamente il 1° dicembre, la diga di Gleno in val di Scalve, nel bergamasco, si spezzò provocando la fuoriuscita di sei milioni di metri cubi d’acqua. Già dal mese di ottobre infatti, a causa di piogge molto abbondanti, la diga sembrava vacillare e si erano aperte delle crepe dalle quali l’acqua precipitava a valle. Quando crollò investì tutti i paesi della valle fino al lago d’Iseo provocando circa cinquecento vittime, anche se i dati ufficiali si limitarono a 365.

Le ispezioni del Re

Il procuratore del Re

Il procuratore del re intervenne con grande rapidità e già il 30 dicembre fu formalizzata l’accusa verso i proprietari della diga e il progettista per omicidio colposo. Fu riconosciuto che – per ridurre i costi – la costruzione era stata realizzata con materiali inadeguati e anche il Genio civile aveva fatto dei controlli poco approfonditi. La sentenza del tribunale di Bergamo del 4 luglio 1927 chiuse la vicenda: gli imputati furono condannati a tre anni e quattro mesi, ma dei quali poi ne scontarono effettivamente solo due. Altra vicenda poco nota, e per questo chiamata il ‘Vajont dimenticato’, il 13 agosto 1935 alla diga di Sella Zerbino in val d’Orba in Piemonte. Per migliorare la capacità del bacino e fargli contenere una maggiore quantità d’acqua, alla diga di Ortiglieto era stata aggiunta una diga ‘secondaria’, costruita però su un terreno inadatto e cedevole. L’onda di piena provocata dal crollo della diga raggiunse Ovada causando la morte di oltre un centinaio di persone, molte delle quali travolte dalle acque furono ritrovate anni dopo.

Val di Stava in diretta Tv

Il processo coinvolse una dozzina di tecnici tra ingegneri e dirigenti, ma furono tutti assolti dalla corte d’appello di Torino il 4 luglio 1938, in quanto la diga – fu scritto nella sentenza – risultava correttamente costruita mentre il crollo era da addebitarsi invece all’eccezionale precipitazione estiva. Dopo il Vajont si era detto comunque ‘mai più’ e ciò non sempre avvenne. Un piccolo bacino nel Tarvisiano (Rutte) ebbe seri problemi strutturali, ma il cedimento nel 1965 non provocò vittime. Più complessa e vicina nel tempo l’ultima grave sciagura legata a uno sbarramento d’acqua – ma non un bacino idroelettrico – avvenne a Stava in Trentino il 19 luglio 1985. Si ruppero gli argini in terra di un bacino di decantazione della miniera di Prestavel e poco meno di duecentomila metri cubi di fango precipitarono sull’abitato di Tesero causando la morte di 268 persone. Il processo si concluse nel 1992 con la condanna di una decina di imputati per disastro colposo e omicidio colposo plurimo.

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