Sulla Turchia ministri improvvisati mai zitti. De Gaulle diceva che “la politica è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai politici”. Concetto espresso anche dal premier francese Clemenceau per quanto riguarda la guerra: “Troppo delicata per affidarla ai militari”. Beh, guardando all’attuale crisi turca, aggiungeremmo anche l’economia. Settore talmente vitale per un Paese, che è un vero delitto farla dipendere da una manica d’incapaci e di arrivisti che si spacciano per maghi della finanza. Punto. E qui la potremmo chiudere, se non fosse che il discorso va obbligatoriamente lasciato aperto, per vedere chi, alla fine, ci lascerà le penne.
Polli ruspanti e tacchini di grosso tonnellaggio in giro per i mercati del risparmio (o dell’imbroglio?) ce ne sono un battaglione. Il problema è che codesti avventurieri, inseguendo le loro foie da biscazzieri, finiscono talvolta per inguaiare la grande massa dei piccoli investitori. La crisi di Ankara ci è arrivata tra capo e collo all’improvviso, a conferma che, nell’era della globalizzazione, i terremoti finanziari si scatenano quasi senza preavviso e che il “rischio sistemico” è sempre dietro l’angolo. Anche se, come spiega l’ex ambasciatore italiano in Turchia, Carlo Marsili, nell’articolo scritto per “Remocontro”, le avvisaglie si potevano cogliere da lunga pezza.
Chi pensa che l’economia finanziaria sia fatta solo di “zero virgola” e di cifre più o meno appetibili è completamente fuori strada. Nel suo monumentale “The age of turbulence” l’ex Governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, si è autoflagellato, affermando che non esistono equazioni talmente sofisticate da far prevedere come si comporteranno i mercati. Giusto. E chi scommette sulla crescita infinita dei sistemi emergenti (certi banchieri del piffero) si mette solo sulla strada dei facili arricchimenti, ma anche dei possibili tracolli. Le reazioni dei mercati sono spesso caotiche, “non lineari” e influenzate dalla sfera emotiva degli emisferi cerebrali collettivi. Non da quella razionale.
“Herd Istinct”, l’Istinto del Gregge. Che vuol dire? Che spesso i comportamenti finanziari di chi detiene grandi masse di liquidità sono esclusivamente influenzati dalle aspettative psicologiche. Nell’era dell’economia telematica, basta una parola fuori luogo, insomma, per fare saltare il banco. E dire che le società di “rating” organizzano “complotti” è solo da venditore di caldarroste. O da dilettanti allo sbaraglio, fate voi. Irrita, e molto, la spocchiosa tendenza a lanciare slogan che potrebbero rivelarsi dei boomerang, da parte di chi non ha grandi competenze e appare visibilmente inadeguato al ruolo che occupa. E torniamo all’emergenza dal titolo “mamma li turchi”.
La crisi è sostanzialmente di “credibilità” del sistema. I numeri (e lo abbiamo già scritto) contano fino a un certo punto. Sono Erdogan, la sua politica estera ballerina e anti-Trump (ma pro-Putin), la sua politica interna capace di spaccare letteralmente in due il Paese e le aspettative di disordini sociali a rinfocolare l’incendio che sta bruciando la lira turca. E le banche estere tremano: hanno sottovalutato gli scenari e la possibilità di essere “contagiate” da una pandemia finanziaria. Secondo la Bri (Banca per i Regolamenti Internazionali), i più malmessi sono gli istituti di credito spagnoli (esposti per quasi 84 miliardi di dollari), seguiti a ruota dai francesi (37 miliardi), dagli inglesi (quasi 19 miliardi), dagli americani (17,7 miliardi) e dai tedeschi (17,4 miliardi).
E l’Italietta? Si ferma “solo” a 16,8 miliardi. Che è pur sempre una bella scoppola. A cui però vanno aggiunti altri 5 miliardi di dollari “potenziali” per contratti in derivati, estensione di garanzie e aperture di linee di credito. Uno strascico che riguarda tutti gli altri “Premi Nobel” stranieri che hanno deciso di investire in Turchia, senza grande criterio. Il conto finale, molto salato, potrebbe superare “urbi et orbi” i 330 miliardi di dollari. Per ora consigliamo ai politicanti nostrani di lasciare perdere l’alta finanza, tapparsi la bocca e parlare di quando cresceranno i primi porcini. Forse faranno meno danni.