Privacy Policy
martedì 15 Ottobre 2019

Genova ora rischia di morire

Hanno ucciso Genova, abbiamo ucciso Genova. O forse Genova è soltanto ferita, ma gravemente, ‘codice rosso’, dicono oggi, e sta soffrendo non solo le pene di una minacciata lenta agonia, ma anche le ferite nell’orgoglio di una città che fu Superba. Genovese della diaspora, mi sento personalmente colpevole per diserzione. Ritorno col pensiero e con […]

Hanno ucciso Genova, abbiamo ucciso Genova. O forse Genova è soltanto ferita, ma gravemente, ‘codice rosso’, dicono oggi, e sta soffrendo non solo le pene di una minacciata lenta agonia, ma anche le ferite nell’orgoglio di una città che fu Superba. Genovese della diaspora, mi sento personalmente colpevole per diserzione. Ritorno col pensiero e con il ‘magone’ di fronte a qualcosa, che in realtà -e vi giuro che di cose brutte ne ho viste in giro per il mondo- continua a sembrarmi irreale, incredibile, impossibile, assurda. Quel ponte dell’orgoglio tecnologico fine anni ’60 che superava la mia Valpolcevera ed apriva Genova al suo ponente, alla Francia e al mondo. Poi superammo la Ruta e aprimmo a levante. Autostrade biscia, spesso tra le case, una galleria ed un viadotto uno dietro l’altro, colonne maledette nei giorni e negli orari vietati, ma il crollo di quel ponte no, non è possibile. Non può essere accaduto.

Il ponte dell’orgoglio, che a guardarlo da sopra o da sotto, comunque ti incuteva timore. Quasi 100 metri le torri più alte, che reggevano centinaia di tonnellate di cemento armato che a sua volta reggeva migliaia di veicoli, mostruosi tir o pendolari verso le riviere del fine settimana, e tutto questo sopra le ‘Case dei Ferrovieri’. Via Walter Fillak, eroe partigiano di cui ben pochi ormai hanno memoria, e quella schiera di palazzoni, cinque piani di case popolari per i ferrovieri, accanto ad una marea di binari quando ancora lì sopra transitavano merci dal porto ed acciaio Italsider verso Milano e Torino. Oggi non so. Quartiere stra popolare quel tratto di strada sotto il ponte gigante che mai verrà giù, dicevo per rassicurarmi. Perché quel ponte mi ha sempre fatto paura. Soprattutto da sopra, quando troppo spesso restavi bloccato in coda, sospeso per aria.

Al collegamento per Milano, tempi del ‘triangolo industriale’ con Torino, ci aveva pensato addirittura Mussolini, con la ‘Camionale’, prima autostrada che superava l’Appennino sino a Serravalle. Molto tempo dopo, opera decisiva per Genova, fu proprio quel grande ponte, a unire le ben quattro autostrade che convergevano sulla città. Ma che quel ponte da solo non bastasse al traffico ormai europeo e alla città, era noto ormai da decenni. E da decenni si è litigato su una nuova bretella autostradale, ‘gronda’ mi pare la chiamino, che superasse la città più a monte liberando le vecchie autostrade ormai parte della viabilità urbana. Polemiche ambientali e oltre. Non ho affrontato il problema e non ho opinione personale, ma adesso so che quel dannato ponte andava revisionato tutto, e senza nulla sopra. Si poteva e si doveva fare.

Personalmente non cerco colpevoli per quei morti, perché so già che risulteranno tante piccole negligenze e fare l’assassino. Io mi fermo alla rabbia e al dolore che ho dentro. Per quei morti e per quelli che potevano esserci. Mio figlio che è passato su quel ponte 15 minuti prima che crollasse. Rabbia e il dolore anche per la mia Genova tradita, che so rimarrà paralizzata per anni, tagliata in due, sempre più isolata dal resto del Paese e del mondo. Porto e aeroporto, quel poco di industria e di cantieristica che resta, il turismo che stava nascendo. E le ferrovie indegne, 5 ore per Roma. Genova non è morta ma la stanno lentamente soffocando. Col rischio di precipitare ora nel ‘Tav o No Tav’, nella grande opera da fare o da fermare. Da fare subito, dice Genova, se non volete che io muoia. Senza referendum web per decidere.

Sfida per un governo nazionale che ancora deve dimostrare, oltre ai voucher e alla caccia al migrante. Qualche slogan tv in meno e qualche soluzione a problemi veri in più. Non parlo degli attuali governanti di città o regione, non tanto (non soltanto) per prevenzione politica che confesso. Non ho ben capito cosa sia accaduto nella mia Genova e nella mia Liguria, per certi ribaltoni. Tanti amici devono aver sbagliato molto. I nuovi vertici amministrativi non li conosco, ma non mi sembra importante. Certo, sbaglio io, ma, mi scuserete, ero genovese ai tempi in cui a destra c’era Paolo Emilio Taviani, e a sinistra i comunisti proponevano a sindaco Gelasio Adamoli. In mente mi scorrono nomi di tanti personaggi che hanno segnato la storia di città e regione. Non è soltanto vecchiaia e rincitrullimento (il mio), ma inevitabile confronto di valori. Con l’occasione per provare a smentirmi nei fatti da parte dei governanti di oggi. Per favore, fatelo, e verrò a chiedervi scusa uno ad uno.

Potrebbe piacerti anche