domenica 26 maggio 2019

Turchia, cosa accade? Carlo Marsili, per 6 anni ambasciatore ad Ankara

Nuovo crollo della lira turca. La moneta sfonda quota 7 sul dollaro: perso un quarto del valore in tre giorni. Interviene la Banca Centrale.
-L’analisi di Carlo Marsili, per sei anni ambasciatore d’Italia ad Ankara
-Türkiye ne oluyor? Altı yıl boyunca İtalya’nın Ankara Büyükelçisi Carlo Marsili’nin analizi

Previsioni di crisi e
anticipo elettorale

Turchia, cosa accade?
Carlo Marsili, per 6 anni ambasciatore ad Ankara

Da molti mesi si parlava in Turchia di una prossima crisi economica, ed anche al fine di prevenirne i riflessi elettorali il Presidente Erdogan ha ritenuto opportuno anticipare di un anno e mezzo le elezioni presidenziali e legislative con i risultati che sappiamo. Forte del successo elettorale e dell’apparente stabilità politica conseguitane, ha ritenuto di potersi privare di un Ministro dell’Economia del livello di Simsek (che aveva sostituito a suo tempo un altro brillante economista , Babacan) per affidarne le redini al genero, Albayrak, ovviamente più sensibile alle sue direttive, su cui si sono immediatamente appuntati i dubbi critici degli ambienti economici e finanziari interni ed internazionali.

Squilibri macro economici

La Turchia è comunque un Paese dai parametri invidiabili: una crescita attestatasi l’anno scorso sul 7.4% , un debito pubblico pari al 28.5% , una struttura industriale ben strutturata e una forza lavoro qualificata e laboriosa. Certo, il rovescio della medaglia è rappresentato dal surriscaldamento dell’economia, dall’erogazione di credito facile a imprese e famiglie, da un’inflazione attestatasi sul 16% e da un significativo tasso di disoccupazione. L’auspicato aumento dei tassi d’interesse della Banca Centrale, ormai sotto il controllo presidenziale, non c’è stato, essendo Erdogan convinto che l’aumento del costo del denaro avrebbe creato inflazione più che ridurla. Gli squilibri macroeconomici persistono, con un deficit delle partite correnti al 6% e un indebitamento estero al 53% del P.I.L.

L’intesa con Putin

Ma la crisi attuale della Turchia è soprattutto geopolitica. Gli sviluppi del conflitto siriano e la persistente visione del grande gioco mediorientale opposta a quella degli Stati Uniti, in particolare dettata dall’opportunità di allontanare le milizie curde dai confini, hanno sospinto Erdogan ad un’intesa con Putin, concretizzatasi nell’acquisto del sistema missilistico russo S-400, nel conferimento alla Russia della creazione della prima centrale nucleare turca e in una rafforzata intesa nel settore energetico. Ma l’intesa con la Russia ha comportato anche un riavvicinamento con l’Iran e una ricerca di nuovi sbocchi a Oriente, verso la Cina, che sta moltiplicando gli investimenti diretti nel Paese.

Usa, Israele, sauditi

L’urto con gli Stati Uniti, che sostengono Israele e l’Arabia Saudita in funzione antisciita, è stato quindi inevitabile. A ciò si è aggiunto il rifiuto americano di estradare Fethullah Gulen, ritenuto ad Ankara il leader del tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016, e per converso quello turco di liberare il pastore evangelico americano Andrew Brunson, passo che il presidente Trump ritiene assolutamente necessario anche in vista dell’acquisizione del consistente voto evangelico alle elezioni di mid-term del prossimo novembre.

Lira bersaglio geopolitico

Di qui l’attacco contro la Lira Turca inferto dal Presidente Trump imponendo dazi del 50% sull’acciaio e del 20% sull’alluminio, dei quali la Turchia è grande esportatrice verso gli Stati Uniti. Il risultato è il crollo della valuta turca verso il dollaro (e l’euro) che verosimilmente è destinato a continuare salvo un mutamento di rotta della politica economica di Ankara e un graduale ritorno all’ovile della NATO. Se poi la crisi economica possa davvero indebolire Erdogan è tutto da vedersi.
Il modo di sentire turco è profondamente condizionato dal nazionalismo e la “guerra“ con gli Stati Uniti potrebbe invece sortire l’effetto opposto, e cioè quello di compattare l’elettorato intorno al Presidente. In questo quadro sarà infine interessante attendere la visita di Stato di Erdogan a Berlino, prevista per fine settembre, per capire se la Germania, anche considerati i tre milioni di rifugiati siriani in Turchia molti dei quali desiderosi di raggiungerla, vorrà in qualche modo intervenire a sostegno di Ankara.

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