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mercoledì 23 Ottobre 2019

Afghanistan, dialogo Usa-Talebani con l’ombra di Mosca

Il primo incontro fra Talebani e Usa su eventuali futuri negoziati. Svolta storica. Gli americani ammettono di essere parte della guerra afghana e riconoscono legittimità politica ai Talebani. Ma senza un accordo regionale (anche con l’Iran), sarà Mosca la protagonista

Tutto in gran segreto

Afghanistan, dialogo Usa-Talebani. A fine luglio a Doha, in Qatar, alcuni rappresentanti del movimento talebano si sono incontrati con Alice Wells, la più alta rappresentante dell’amministrazione Trump per gli affari asiatici e vice del segretario di Stato Usa ed ex Cia, Mike Pompeo. L’incontro, il primo del genere dopo decenni di variegato macello afghano, viene considerato un passaggio storico. I Talebani e il governo degli Stati Uniti finalmente si parlano per mettere fine alla guerra con un negoziato, da parti paritarie, e per i Talebani non è vittoria politica da poco. Per la fine di un infinito conflitto, forse ancora non basta, sostiene ad esempio Giuliano Battiston su EastWest.

Oltre le apparenze

Cosa sta accadendo oltre le apparenze? Sedersi al tavolo negoziale con i Talebani, anche se in forma non ufficiale, per gli Stati Uniti vuol dire di assere parte diretta nel conflitto a tutti gli effetti (e non ‘in aiuto di’), cosa formalmente sempre negata. E, come detto, riconoscere ai Talebani la legittimità politica che loro si erano conquistati sul campo. Dettagli poco noti: a Doha, in Qatar, i Talebani hanno il loro Ufficio politico, inaugurato nel giugno 2013 e contrastato dall’allora presidente Karzai, che non poteva accettare una vera e propria rappresentanza diplomatica dell’Emirato islamico d’Afghanistan. Questione di legittimità, vinta sul campo di battaglia dai Talebani.

‘Ambasciata’ a Doha

La resa diplomatica Usa, inviando a fine luglio Alice Wells a Doha. Dal 2001, bombardamenti Usa, i Talebani hanno ripetuto che avrebbero negoziato soltanto con Washington, il più importante e influente attore del conflitto, e non con Kabul, ritenuto subalterno al partner statunitense. E lo hanno ottenuto. Più ancora: il 16 giugno, durante l’eccezionale tregua di tre giorni, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, si dichiara pronto a negoziare anche la presenza delle truppe straniere nel Paese. Per i Telebani, che trascinano una stanca trattative col governo di Kabul, due le questioni importanti: il ritiro delle truppe straniere (anche i 1000 italiani), e il riconoscimento del loro Ufficio politico come organo di rappresentanza ufficiale.

Problema Kabul

Ma ci si può fidare di un interlocutore incoerente e imprevedibile come Donald Trump? Ashraf Ghani, il tecnocrate alla guida del debole governo di unità nazionale, ha paura di essere tagliato fuori dai negoziati. Ultima questione, che poi diventa la più centrale di tutte. Accordo tra Talebani con Washington e Kabul, ma non soltanto. Il 16 luglio segnale da Mosca: tavolo negoziale del Cremlino con i Talebani, assieme a Cina, India, Iran e Pakistan, i Paese confinanti. Problema per Washington, che vorrebbe come unico processo negoziale legittimo quello guidato dagli Stati Uniti in accordo con il governo di Kabul. Ma così, di fatto non è. Ultima annotazione, diciamo geografica: L’Afghanistan confina per un bel pezzo con l’Iran e una consistente parte della sua popolazione è Dari, di origini persiane.

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