Turchia, buco di 330 miliardi in $ mentre la ₺ira precipita

Turchia, buco di 330 miliardi. “Mamma li turchi”, gridano in coro le banche internazionali, esposte per 330 miliardi di dollari, mentre le diplomazie di mezzo mondo, mani ai capelli, imprecano contro il destino cinico e baro: “Ci mancava solo questa”. Sì, perché l’aria che tira dalle parti del Bosforo non è proprio “salubre” per la stabilità di un pianeta già malmesso di suo. Dunque, la Turchia traballa. Di brutto. Oggi con la globalizzazione, in politica estera e, soprattutto, in economia, nessuno può dirsi al riparo dal contagio delle crisi. E l’ex Sublime Porta, lo andiamo ripetendo da anni, è essenziale per mantenere gli equilibri a cavallo di due continenti. Europa e Asia. Lo hanno capito tutti (o quasi), meno quelli che avrebbero dovuto capirlo da un pezzo. Risultato?

La Turchia, ex bastione di ferro della Nato, porta d’ingresso per la Russia nel Mediterraneo (da Pietro il grande fino a Putin, passando per Stalin e Brezhnev) sta barcollando come un pugile suonato. Sotto i colpi dell’autocrazia di Erdogan e del suo arrogante islamismo in doppio petto, che lo hanno portato a subire le ritorsioni di Trump per l’affaire di un religioso Usa arrestato da Ankara. Ritorsioni prima politiche e poi doganali (i dazi sull’acciaio e sull’alluminio sono raddoppiati). Metteteci anche i contraccolpi sull’energia derivanti dalle sanzioni all’Iran e il quadretto è completo. Un pastrocchio che rischia di lasciare sul terreno molte vittime. A cominciare, appunto, da banche, bancarelle e bancone del Vecchio Continente esposte più di quanto si creda sul mercato turco degli “asset” creditizi.

Spifferi dicono che a Draghi, alla Bce, siano venuti i sudori freddi alla schiena. Siamo alle solite, insomma. I capitalisti d’antan, che da sempre hanno investito sull’economia di carta sperando di continuare a fregare i risparmiatori che gli portavano i soldi, oggi temono un nuovo collasso. Sì, la Turchia non è un gigante economico, d’accordo. Ma di questi tempi, in cui i mercati sono costantemente sull’orlo di una crisi di nervi, basta un cerino gettato in un deposito di benzina per fare esplodere tutto il capannone. Capito? Tecnicamente gli economisti lo chiamano “crashing and panicking”, crollo e panico. Un effetto domino in cui l’irrazionalità, alimentata dall’angoscia, prende il sopravvento e ingigantisce qualsiasi crisi, rendendola molto più pericolosa di quella che in effetti è.

Ora, a leggere i trend finanziari turchi nei mesi scorsi, la scoppola era nell’aria. Ma, come spesso accade nel verminaio dell’economia di carta (o di cartone?) si spera che a uscire con le ossa rotte siano sempre agli altri. E che, anzi, le sfortune del nemico, possano addirittura diventare la tua cuccagna. Si specula sui moribondi, insomma. Scoppiato l’incendio, si sono mobilitati i pompieri, cercando di fare diagnosi e prognosi e, magari, azzardando qualche terapia. Le analisi non è che siano confortanti. Ha cominciato il Financial Times (“La lira turca sprofonda mentre la crisi incalza”), ha proseguito l’Economist (“La crisi diplomatica di Ankara diventa finanziaria”) e ci ha messo l’epitaffio il Wall Street Journal (“La Turchia sull’orlo del baratro, spiegato in dodici grafici”).

Vi risparmiamo la grande stampa non specializzata, i cui titoli allarmati sono direttamente proporzionali alla sorpresa: tutti colti alla sprovvista. Andando al sodo, secondo gli analisti, alla base dello scasso finanziario turco ci sono le politiche economiche “non ortodosse di Erdogan”, l’iperinflazione (che viaggia spedita verso il 20%) e il superdollaro (visto come valuta-rifugio), che fa pagare ad Ankara, a peso d’oro, l’importazione di materie prime e semilavorati. Così, vista la mala parata e temendo il peggio, chi ha lire turche in mano se ne libera manco fosse veleno, contribuendo ad accelerare una svalutazione che adesso viaggia, come un treno senza freni, sul 40%. E i titoli di Stato? Ormai, per essere piazzati e finanziare il debito, si devono pagare tassi da usura, con i bond a 10 anni verso il 20% e con il rischio di mandare presto a ramengo i conti statali.

L’export, poi, è in “rosso” (per oltre 83 miliardi di dollari), frutto non dei volumi, ma dei valori globali. Che la crisi sia finanziaria e di “aspettative” più che di sostanza, è però testimoniato da un Pil che cresce del 4,3% (ma l’anno scorso era al 7,4%), da una produzione industriale che ha toccato il +7% a maggio, su base annua, e da una disoccupazione (9,6%) addirittura meno alta di quella italiana. Dunque? Beh diremmo che siamo nel pieno di un ciclo “schizoide”, in cui l’economia reale soccombe a quella “psicologica”. Artefice è la politica estera di Erdogan, che l’ha portato a scontrarsi con Trump e a subire le ritorsioni finanziarie americane, che poi hanno innescato una deriva esponenziale. Molti turchi, specie quelli che contano e hanno i soldi, non si fidano del loro governo e così, scappando dalla lira, la crisi se la sono fabbricata da soli. Il peggio è che rischiano di contagiare anche gli altri mercati.

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