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venerdì 20 Settembre 2019

Storia di un cigno e di un fiore di carta

Oggi è domenica, il tempo cambia. Le circostanze attenuanti sono terminate, per fortuna. Questa volta narro di un cigno e di un fiore di carta, di un gesto che cambia le prospettive.

Con questo pezzo vi saluto, gentilissimi e pazienti lettori. Da un anno esatto tengo questa rubrica domenicale, Polemos, ospite di un amico e collega che stimo. Prenderò una pausa, felice di aver polemizzato, lasciato tracce, portato a spasso su queste righe il mio amico barbiere maoista e alchimista rurale. Polemos, la bellezza assoluta del conflitto che fa bene, prende congedo. Se Ennio vorrà, tornerò alla fine dell’estate.

Quello che è interessante è che in questo anno ho messo a fuoco esattamente quello che per tanto tanto tempo ha animato le mie difficoltà, quello che ho spesso evitato di affrontare per quieto vivere, per amore, per tante circostanze che potrebbero anche essere attenuanti. Ma non è questo il tempo delle circostanze attenuanti. È l’ora di cambiare le cose, di fare del pensiero un’azione e riprendere a tessere la vita, la politica, di coltivare cultura. Per davvero, fuori dal virtuale che ci sta facendo entrare nell’ombra.

L’ho fatto, passo dopo passo. Talvolta con fatica. E l’ho raccontato. Oggi, diverso è il modo di vedere le cose. Lo spirito critico è lo stesso di sempre e sento più di prima il peso della responsabilità. Ma non mi scanso.

Vi saluto, augurando a tutti un buon Ferragosto, raccontandovi di una giovane ragazza che ho incontrato per caso. Appena laureata in filosofia, con gli occhi attenti, mi ha insegnato a fare con le dita un cigno di carta. Io avrei potuto spiegarle i libri più belli e narrarle il mondo che stiamo costruendo, e un tempo l’avrei fatto senza curarmi neanche per un istante di quello che potesse pensare e insegnarmi. Un tempo avrei fatto quello che si fa sempre: lezione.

L’ho ascoltata, ho osservato i movimenti delicati. Le ho mostrato un fiore di carta che mi aveva donato una bambina silenziosissima, qualche mese fa. Ho attraversato la mia riflessione sul giudizio, sull’attenzione come forma altissima di sovversione. La paura e il giudizio, i timori di chi deve ancora dire e prendere coraggio, prendere il centro del cuore, il coraggio, per fare del pensiero un’azione, per la vita.

Ho compreso il suo punto, ho ripreso tra le dita il fiore della bambina, l’ho capito meglio. Perché funziona così. Un certo momento sei convinto che sia accaduta una cosa, poi uno sguardo-attraverso ti ripropone quella stessa gioia, quello stesso fiore, quell’avvenimento con occhi nuovi. E cogli all’improvviso che il dettaglio che cercavi è quello che serve per imparare a non giudicare, ad ascoltare, a sorridere, scherzare e a cogliere nel profondo quello che occorre per vivere. Con lentezza, con passione, con una certa dose di verità.

Oggi è domenica, domani si muore. Oggi mi vesto di seta e candore.
Oggi è domenica, domani si muore. Oggi mi vesto di rosso e d’amore.

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