mercoledì 17 luglio 2019

La Russia in Africa, reporter uccisi, mercenari e miniere d’oro

Ancora sui tre reporter russi uccisi in Repubblica Centroafricana: indagavano sul controllo militare delle miniere d’oro e di uranio.
-La pista della presenza paramilitare russa nel paese.
-Mercenari e «Gruppo Wagner»

Crescendo wagneriano

La Russia in Africa.Un reportage sulla presenza del «Gruppo Wagner» nella Repubblica Centroafricana, una struttura miliare privata russa già operante nel Donbass e in Siria. Gestione dei flussi di migranti, cosa anche di un certo interesse italiano, e reclutamento di foreign fighers era l’ipotesi iniziale su cui volevano lavorare. «Ma sin dal loro arrivo nella Repubblica Centroafricana i giornalisti devono aver iniziato a seguire delle altre piste. -ipotizza Yurii Colombo, italo-moscovita non sospettabile di prevenzioni anti russe, sul Manifesto- Piste che conducono alla guerra per il controllo delle miniere di diamanti, oro e uranio di cui è ricco il paese africano».

Tra Centrafrica e Sudan

Primi segnali della penetrazione politico-militare russa in Africa a fine del 2017, con una inchiesta del sito russo The Bell. Uscì fuori che la società russa «M Invest», appartenente a Evgeny Prigogin, aveva ottenuto la concessione per lo sfruttamento di una miniera d’oro in Sudan. Un colpo economico di portata strategica. L’inchiesta scopre anche che nella regione erano stati inviati foreign fighters russi per addestrare delle divisioni dell’esercito sudanese al confine col Centrafrica. Cosa che difficilmente può accadere all’insaputa o contro gli interessi nazionali definiti dal Cremlino. Contractors a parte (loro sono fantasmi), l’accordo è ufficiale.

Miniere in cambio armi

Nell’ottobre del 2017, tra Repubblica Centrafricana e la Russia, firma di un «partenariato per lo sfruttamento delle risorse minerarie e fornitura di materiale militare russo». All’inizio del 2018 Mosca invia una prima fornitura di armi al paese assieme a 5 militari e 170 «formatori civili per le forze di sicurezza locali». Va anche detto che l’Onu aveva autorizzato gli invii. «Quello forse non noto all’Onu e su cui i tre giornalisti stavano approfondendo la ricerca è che presumibilmente i 170 «formatori» russi non fossero altro che dei «wagneriani» spediti nel paese a scovare miniere controllate da gruppi di opposizione o della criminalità organizzata», denuncia Yurii Colombo.

L’oro dei ribelli

Altra cosa che occorre sapere, da quando è iniziata la guerra civile, il governo centrale di quel Paese controlla la capitale e, ‘a macchia di leopardo’, altre provincie del paese. Secondo la stampa russa, i tre giornalisti quando sono stati assassinati cercavano di raggiungere la miniera di Ndassim, non lontano dai territori del gruppo musulmano dell’opposizione «Selek». Nel 2013, scriveva Reuters, il deposito era passato sotto il controllo dei ribelli. E Yurii Colombo offre dettagli: «Con metodi artigianali, i guerriglieri musulmani riuscivano a estrarre circa 15 kg di oro al mese venduti poi sul mercato locale a 350.000 dollari», che è un gran autofinanziamento.

Africa Intelligence

La rivista Africa Intelligence scrive che la Russia avrebbe concordato con il governo centroafricano lo sfruttamento dei giacimenti minacciati dalla guerriglia. Ed ecco le ragioni vere per un esercito russo ‘fantasma’. Le due società che possiedono il contratto per lo sfruttamento sono di proprietà di Evgeny Prigonin conosciuto come lo «chef di Putin». Sempre ‘Africa Intelligence’: «A Birao, Bouar e Bria i russi sono alla ricerca di opportunità per accedere alla estrazione di risorse naturali». Birao, Alindao, Bria e Cabo, tutti ricchi di uranio, oro e diamanti. Ciò ha reso l’Onu (e non solo) sempre più sospettosa sugli scopi della presenza russa sul territorio. Ed era questo su cui indagavano Orhan Jemal, Alexander Rastorguev e Kirill Radchenko. Possibili ragioni per morire.

Dall’antipirateria al resto

Wagneriani nati in Siria

Sempre da Yurii Colombo e da Il Manifesto. «Il ‘gruppo Wagner’ è una compagnia militare russa privata non ufficiale. Si occupa della selezione, dell’addestramento e dell’organizzazione di squadre di foreign fighers, contractors e agenti d’intelligence operanti in situazioni di crisi». Prime notizie sui «Wagneriani» nel 2013 quando il sito russo Fontanka.ru scoprì che la società specializzata nella protezione delle navi mercantili dagli attacchi dei pirati, registrata ad Hong Kong, era di due russi di San Pietroburgo, ed operava anche lontano dal mare. Un apparato di 267 dipendenti per «la protezione dei depositi e oleodotti» in Siria. E non soltanto a proteggere.

Musica da Terzo Reich

Uno di questi mercenari, Dmitry Utkin, già ufficiale dell’esercito russo, una volta rientrato in Russia diede vita al «Gruppo Wagner», da allora operativo oltre che in Siria anche al fianco delle truppe delle repubbliche ribelli del Donbass, scopre Fontanka.ru. Secondo The Times il riferimento a Wagner sarebbe stato scelto proprio da Utkin, cultore del Terzo Reich. Personaggio di copertura, secondo varie fonti stampa che attribuiscono ‘la supervisione privata del gruppo Wagner’ addirittura allo Stato maggiore delle forze armate. Bbc Russia sostiene che il «Gruppo Wagner» avrebbe un fondo valutario per le proprie attività tra gli 100 e i 150 milioni di dollari.

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