lunedì 17 giugno 2019

‘Russiagate’ all’italiana, fake news da San Pietroburgo in italiano

«Dinsinformazia»: dalla Russia con furore (e qualche dubbio).
-Gestiti a San Pietroburgo 143 profili in lingua italiana su Facebook a sostegno Lega e 5stelle.
-L’attacco coordinato a Mattarella.
-I dati anche italiani dall’inchiesta Usa.
-Nella foto la sede della Internet Research Agency di San Pietroburgo

147 profili web in italiano
dalla russa San Pietroburgo

‘Russiagate’ all’italiana. 16 mila tweet su/contro Ong, Unione europea e Pd gestiti a San Pietroburgo attraverso 143 profili in lingua italiana. Strano vero? Per dire cosa in Italia? ‘Retweet’ su notizie futili o neutre mischiate a notizie l’impatto fortemente politico. Ieri Repubblica ha raccontato della fake news sul figlio dell’allora ministro Pd Giuliano Poletti nel quale insultava gli italiani. Russiagate all’italiana, e non è solo un titolo efficace.

Il materiale arriva in Italia dall’indagine dell’Fbi sul Russiagate americano, rimbalzo da neo guerra fredda sull’Italia, come ai vecchi tempi. Fake news o bufale, per dirla all’italiana, a screditare il governo Renzi nel suo complesso, e, dall’altra parte, a esaltare l’attuale ministro degli Interni, Matteo Salvini. Ma perché a San Pietroburgo si occupavano di Poletti, Renzi e Salvini? E come? E chi?

«Effetto Eco»

Repubblica parla di un apparato messo in piedi da Internet Research Agency, Ira (acronimo appropriato), agenzia di San Pietroburgo che dicono -qui il terreno si fa friabile- “legata agli apparati di sicurezza e propaganda del presidente Putin”. Ma rimaniamo ai fatti più solidi e certi. I profili fake in lingua italiana, nel dossier dell’Fbi, sono143. I tweet prodotti in italiano sono circa 16 mila (su un totale di circa 3 milioni). E con un numero basso di follower, di lettori, ma era solo la partenza.

I profili fake, infatti, venivano ritwittati da altri profili -questi sì con molti follower- che avevano target precisi: simpatizzanti di Lega e 5 Stelle, che per lo più pubblicavano notizie contro i migranti o i vaccini o l’Europa, o il Pd. “Effetto eco” comunque garantito. Ora bisognerà capire se c’era un collegamento diretto tra questi ultimi account e l’Ira di San Pietroburgo. E scoprire anche chi li gestiva. Scrivevano in italiano e, pare, ci lavorassero anche italiani.

Non solo Twitter, non solo Usa

Twitter non era però la sola piattaforma social tramite di trame oscure. Facebook di recente ha bloccato 32 account fake, uno dei quali attivo in Italia. Notizie e addirittura manifestazioni contro Trump con l’obiettivo di destabilizzare e infuocare il clima politico già caldo. In un caso si è parlato anche di Roma. «Rome resists againist Trump», si legge in un post fake del 24 maggio del 2017, che chiamava a raccolta per una protesta in Piazza Pia contro il presidente americano in visita in Italia.

Su twitter Andrea Stroppa, esperto di cybersicurezza, ieri scriveva: «Verranno fuori tante storie interessanti, ognuno potrà poi trarre le proprie conclusioni». Intanto il Corriere della Sera, sul tema, sale al Quirinale. L’attacco coordinato a Mattarella nella notte del «no» a Paolo Savona ministro dell’Economia. , 400 profili creati ad arte da cui partono richieste di dimissioni di Sergio Mattarella. Si scopre ora, che alcune «firme» dietro a quei messaggi social contro il capo dello Stato erano già entrate in azione nel Russiagate.

L’improvvido Di Maio e il Quirinale

Luigi Di Maio, oggi vicepremier, aveva appena chiesto la messa in stato d’accusa del garante della Costituzione. #MattarellaDimettiti è l’astag a raffica dal 27 maggio. Un’operazione ‘spintanea’. Almeno una ventina dei profili di Twitter coinvolti nella campagna digitale contro il capo dello Stato avevano una storia controversa. E qui ritroviamo la Internet Research Agency (Ira) di San Pietroburgo. Con interlocutori italiani pronti a ‘ritwittare’ con solerte adesione.

È una delle conclusioni dall’analisi di circa due terzi dell’enorme banca dati sull’attività della società russa, pubblicata nei giorni scorsi dal sito americano «Firethirtyeight». I dati, quasi tre milioni di tweet, sono parte dell’archivio studiato dal procuratore speciale Robert Mueller, che indaga sulle presunte interferenze russe nelle presidenziali del 2016. Li hanno estratti (legalmente) due ricercatori, Darren Linvill and Patrick Warren della Clemson University.

Elena dalle parti di troia

Tra quei profili, oggi cancellati con l’esplodere del Russiagate, un troll anonimo in particolare: Elenao7617349. «Elena» a volte scrive in inglese e finge di essere americana. Altre volte è italianissima e chiama Barack Obama «negher», dice che «questi arabi del c. si sono bevuti il cervello»; lamenta «i fondi impiegati per i clandestini»; propone di mandare l’ex presidente della Camera Laura Boldrini in Libia con un gommone o si ripromette di spararle in testa.

A questi post su Twitter vengono associati moltissimi italiani reali. Il Corriere ha contato una ventina di questi profili attivi nell’inverno 2016-2017, che si ritroveranno poi fra coloro che partecipano all’attacco digitale a Mattarella. Nessuno di questi italiani complotta  o sa di avere a che fare con troll russi. Si limitano a scambiare opinioni, spesso fra anonimi. Ci sono profili vicini alla Lega di Matteo Salvini o ammiratori di Beppe Grillo (noi omettiamo le loro sigle).

Savushkina Street

I finti profili, creati in Savushkina Street a San Pietroburgo, sede dell’Internet Research Agency , precisa il Messaggero, erano curati nei dettagli per sembrare credibili: persone con una vita e passioni ordinarie, foto e famiglie. Come contro Hillary Clinton, nel 2016, con le finte associazioni di afroamericani a demolire la candidata democratica, anche in Italia gli attacchi non soltanto da chi volesse il pugno di ferro contro immigrati e rom. Alcuni troll chiedevano più giustizia sociale e attaccavano il governo Renzi da sinistra.

Il governo attuale esclude l’ipotesi che Lega e M5S abbiano ottenuto il successo elettorale grazie alle fake. Immediata, invece, la reazione del Pd, che invoca una commissione d’inchiesta. Finora, l’intelligence italiana ha sostenuto di non avere evidenze, ma la questione troll potrebbe finire al centro della prima audizione del direttore generale del Dis, Alessandro Pansa, davanti al nuovo Copasir. Parlano invece in capo dell’intelligence Usa, Dan Coats, e dell’Fbi, Christopher Wray, secondo cui la situazione «Va presa molto sul serio, perché la minaccia è vasta e profonda».

 

LA VIRTÙ DEL DUBBIO

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