giovedì 23 maggio 2019

Google addomesticata torna in Cina, mercato più dei diritti umani

Google torna in Cina. Il ripensamento dopo l’allontanamento del 2011. Il colosso tecnologico mette da parte i diritti umani nel timore di perdere un mercato sconfinato. pronta una versione del motore di ricerca controllata dal regime di Pechino. Nessuna ricerca scomoda per il regime. L’obiettivo vero è quello di controllare il mercato finanziario interno monitorando i comportamenti on line dei cittadini.

Google e gli inutili dazi Usa

Google torna in Cina. Gli Usa hanno annunciato l’intenzione di aumentare i dazi dal 10 al 20%, per un valore di 200 miliardi di dollari, sui prodotti provenienti dalla Cina, ma quasi tutte le altre multinazionali d’Occidente, particolarmente quelle impegnate nel settore tecnologico, stanno facendo ritorno in Cina dopo l’allontanamento di qualche anno fa a causa della politica cinese non proprio liberale sui diritti umani. Molte si sono piegate alle volontà di Pechino pur di non essere escluse dal mercato di domani. Ora è la volta anche del più grande colosso del mondo in questo campo e cioè Google. Un’eventualità clamorosa rivelata dalla rivista digitale The Intercept.
La pubblicazione di giornalismo investigativo on line è venuta in possesso di un documento interno della corporation di Mountain Wiew che mostra come il ritorno in Cina, dopo la fuga del 2010, sia imminente. Per fare ciò Google starebbe attuando qualcosa di clamoroso se confermato. Sarebbe in preparazione una versione del motore di ricerca più gradita al governo cinese. Niente siti indesiderati come risultato di ricerca, niente notizie su dissidenti, tutto basato su una lista nera in corso di aggiornamento da parte del governo di Pechino.

Progetto Dragonfly

Il progetto si chiama Dragonfly, avrebbe già ottenuto il visto delle autorità e, secondo il documento proveniente da una fonte interna a Google stessa, potrebbe arrivare sul mercato nell’arco di sei, nove mesi, a patto però che le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti dovessero sgonfiarsi. Per il momento i cinesi smentiscono ma sembra più una difesa d’ufficio e neanche troppo convinta.
Ma come riporta The Intercept, Google non ritornerebbe in Cina all’improvviso, in realtà in terreno sarebbe stato preparato da almeno un anno, già dalla primavera del 2017. E’ stato il periodo in cui Sundar Pichai, ad di Google, si è recato in Cina per incontrare diversi esponenti di alto rango del regime comunista. In seguito, il colosso californiano ha investito in società digitali locali, come il gigante del commercio elettronico JD.com. e implementato un centro di ricerca per l’A.I (Intelligenza artificiale).

Uno strano ripensamento

Eppure Google emigrò dalla Cina proprio a causa della censura digitale che Pechino esercita sui suoi cittadini. A cambiare idea sarebbe stato il fondatore del motore di ricerca più famoso del mondo, quel Sergey Brin nato in Unione Sovietica, convinto libertario ma che ultimamente avrebbe assunto un ruolo più defilato nell’azienda. Intanto, non appena diffusa la notizia, sono arrivate le prime reazioni contrarie come quella di Amnesty International. «Sarebbe un disastro per l’era dell’informazione», hanno fatto sapere dall’organizzazione per i diritti umani. A rischio infatti sarebbe l’accesso a siti come la Bbc e Wikipedia.
Il pericolo è che la concorrenza scaturita per il controllo di enormi mercati fornisca l’occasione a molti regimi autoritari per mettere in campo sofisticati sistemi di controllo. In realtà la Cina in questo campo ha già compiuto sofisticati passi in avanti. La rete internet cinese si sta trasformando da tempo in un’enorme scatola chiusa dove sono intrappolati gli utenti. Si parla di un miliardo e 400mila persone che potrebbero finire costantemente sotto controllo.

Il “credito sociale”

In Cina è in corso un grandissimo esperimento, viene chiamato “credito sociale”. Fedele all’ortodossia marxista, Pechino sta portando avanti un piano quinquennale secondo il quale, nel 2020, un sistema digitale valuterà il comportamento di ogni persona fisica o giuridica che risiede nella Repubblica popolare. Per quella data, secondo il governo cinese, «la fiducia regnerà sotto il cielo perché sarà difficile per chi è stato screditato compiere anche un singolo passo».
Come in un romanzo distopico di fantascienza l’ambizione del controllo totale sembra essere l’ossessione della leadership comunista. La sperimentazione è in corso soprattutto a Shanghai ma sta procedendo anche nella contea di Suning a 1500 km di distanza. Qui il governo locale assegna dei punteggi ai cittadini, giudicati in base al loro comportamento digitale (tipo di ricerche, orientamenti politici, espressioni del pensiero). Chi ottiene i punteggi più alti, è facilitato nell’ottenere una promozione o una casa popolare.

Mercato e controllo

La quantità dei dati ai quali il governo può accedere è enorme, ma c’è di più, se possibile. In Cina il settore dei crediti, finanziamenti, mutui, pagamenti online e carte di credito è letteralmente esploso. In un mercato in così forte crescita, l’esigenza di raggiungere l’efficienza è vitale. Ad essere messe veramente sotto controllo sono le abitudini di spesa dei cittadini.
L’utopia è che ciò può funzionare solo con un grado di onestà accettabile,“credibilità” è la parola d’ordine e coinvolge l’intera società. Non basterà ad essere solvibili per i cittadini dunque ma dovranno avere un comportamento on line consono per un mercato dominato interamente dallo Stato. A ciò potrebbe sottomettersi Google.

 

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