lunedì 20 agosto 2018

Il canto del gabbiano Jonathan, o forse Pasquale

Gatto Randagio racconta di aver incontrato Jonathan Livingstone, o comunque un emulo del famoso gabbiano del romanzo di Richard Bach che, spezzate le catene del pensiero e del corpo, ha ritrovato la via del mare… e noi vogliamo credergli.
La lettura de “Il canto degli animali”, di Paolo Isotta, immenso racconto sulla reincarnazione poetica degli animali, per imparare a riconoscere “l’origine comune degli animali e dell’uomo”, che l’arte “canta insieme con la fratellanza che ci lega a loro”. E che troppo spesso, infliggendo loro infiniti patimenti, dimentichiamo.

Il canto del gabbiano Jonathan 
«Ma non ti sembra manchi qualcosa? Non senti il silenzio come di un’assenza?»
Prendo sempre sul serio le osservazioni del Randagio. Così l’altra sera, che eravamo lì ancora guardando il mare, impigriti in attesa del tramonto, ho drizzato bene le orecchie …
Accidenti aveva proprio ragione… come potevo non averlo notato? Il sole che piano cala, qualche voce che si allontana, il rumore delle onde del mare… e neppure un grido d’uccello…
E pensare che ascoltiamo in città albe e tramonti affollati dei richiami di torme di splendidi pennuti bianchi, che vanno, che vengono, planano sui terrazzi e sui tetti, ormai padroni del grigio dei nostri cieli… e qui che ti aspetteresti di vederli finalmente nell’azzurro dei loro mari… nulla…
«E’ dunque vero che i gabbiani, quando non affollano porti o seguono navi, risalendo fiumi si sono tutti trasferiti in città, a rimestare fra i nostri rifiuti e…», stavamo per affogare in un mare di ovvietà a proposito di come abbiamo stravolto il mondo quando…
«Guarda… eccone uno!»

E’ passato, silenzioso, sul filo dell’orizzonte, un gabbiano. Ha attraversato tutto lo spazio da una punta all’altra dell’ampia insenatura, da sud verso nord, è scomparso dietro la rupe che nasconde le case dietro l’ansa … pochi minuti ed è poi ricomparso, a rifare all’inverso lo stesso percorso. Senza lanciare un grido, sempre in silenzio, come tutto teso, qualcosa cercando…
Ancora lui, ne siamo certi, è ricomparso il pomeriggio del giorno dopo e il giorno dopo e quello dopo ancora. Avanti e indietro, ancora in silenzio. Un gabbiano lontano dalla rotta di tutti gli altri… E noi (io e il Randagio) che amiamo tanto le persone fuori dal coro, abbiamo iniziato a fantasticare…
“Jonathan!” ha esclamato il Gatto. “Sì, secondo me è lui, o qualcuno che ha seguito il suo esempio…”
Jonathan. Il gabbiano Jonathan Livingston, ovviamente, l’eroe del romanzo di Richard Bach, che la nostra gioventù (la mia e quella del Gatto) ha infiammato. Quel giovane gabbiano che non voleva accontentarsi di passare la vita affannandosi a cercare cibo per sopravvivere, per il quale il volo era l’unica ragione d’essere, e nel volo voleva trovare la perfezione. E rompendo ogni regola, alla fine la trova, la perfezione, anche se al prezzo della solitudine dell’esilio…
“Ricordi? Quante cose nella sua vita libera ha imparato, e ci ha confidato…”, mi ha sussurrato il Randagio che, anche lui ho scoperto, oltre ad aver letto quel libricino, ancora ne conserva appunti.
“Il vostro corpo non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero, visibile, concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero e anche il vostro corpo sarà libero”.

E siamo rimasti in silenzio. Io pensando a Pasquale, il gabbiano che il pomeriggio compare sulle terrazze dei nostri palazzi, in città, dove abita da almeno due anni. Andando e tornando in verità… l’ultima primavera era ricomparso con una compagna, qualche mese fa con il seguito di due gabbianini…
E sono certa che il pensiero del Randagio è stato il mio stesso pensiero.
Non sarà questo uccello che vediamo silenzioso sull’acqua proprio il nostro Pasquale? Se non lui almeno la sua anima, la sua essenza. Pasquale che… spezzate le catene che imprigionano il pensiero, ha ritrovato il suo corpo libero… libero di ritrovare la strada del mare… E non emette grido, ché la gioia di quello che ha ritrovato gli soffoca le parole in gola…
Non pensate sia delirante fantasia di due vecchi pazzi (io e il Gatto). Gli animali, tutti, ci sono fratelli, e come noi tutti provano sentimenti, anche profondi, sognano, hanno desideri, elaborano, progettano, fanno tesoro delle esperienze della vita… ognuno con una propria personalità. E’ cosa che ben sa chiunque viva con un animale, che sia un gatto, un cane, un canarino, un criceto…

E per chi abbia dubbi, suggerisco la lettura di un libro che ho trovato davvero incantevole. Il canto degli animali, di Paolo Isotta (Marsilio l’editore). Incantevole è dir poco. Con scrittura magistrale, e infinita conoscenza, Isotta ci regala un immenso racconto sulla “reincarnazione poetica del mondo animale”. Un racconto affollatissimo di tutti gli animali, e della loro anima, che la letteratura, la poesia, la musica, ci hanno svelato. Perché la grande arte “da sempre conosce l’origine comune degli animali e dell’uomo” e “la canta insieme con la fratellanza che ci lega a loro”.
Ecco, se volete capire qualcosa sui sentimenti degli animali e sulla loro espressione, affidatevi a questa narrazione, che mille e mille altre ne intreccia. Con una premessa, che è quella che Isotta fa nel proemio: “L’espressione degli animali non può prescindere dalla contemplazione della sovrana mansuetudine colla quale essi patiscono per nostra mano”.
Verità, la mansuetudine nel patimento, che purtroppo impariamo presto a non vedere…

Ma ieri mattina sono rimasta stupita, e anche un po’ commossa, nel cogliere il brano di un dialogo, fra padre e figlio, mentre si dondolavano nell’acqua bassa accanto alla riva, nella splendida giornata di sole… E provate a sentire il carezzevole accento del sud…
S’intuiva stessero parlando del mondo… Immagino avrà chiesto, il ragazzo, appena adolescente, del destino della terra, del sole, e…
“… ma non ti devi preoccupare- lo ha rassicurato il padre-, quando succederà noi non ci saremo più, saremo estinti da un pezzo… quello che devi pensare, adesso, è che noi siamo fortunati ad essere nati”.
“Vero pà, siamo fortunati ad essere nati… fortunatissimi…” ha detto il ragazzo con voce calda e stupita, socchiudendo gli occhi nel piacere puro, del sole, dell’acqua, della vita…
Poi ha aggiunto, pensoso: “siamo un milione di euro più fortunati del maiale…”
Ed è passata una nube accorata di tristezza nella sua voce, come per l’intuizione che c’è qualcosa di ingiusto, di profondamente ingiusto, nel rapporto che abbiamo con gli esseri con i quali condividiamo l’esistenza su questa terra… per lui tutti riassunti nell’immagine di quel maiale che, chissà per quali vie incontrato, ha pure suscitato in lui un sentimento di pietà e tenerezza…
E deve averlo percepito, questo sentimento accorato, anche Pasquale-Jonathan, il gabbiano… se ieri sera, mentre ancora passava e ripassava, sul filo dell’orizzonte, abbiamo sentito, finalmente, sciogliersi il grido del suo canto…

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