mercoledì 17 luglio 2019

L’ex comunista anti Khmer rossi riporta la Cambogia alla dittatura

Fu la terra degli orrori dell’agro comunismo dei Khmer Rossi di Pol Pot, il seguito di quanto combinato dall’occidente americano in Vietnam.
-Trentanni di forma più o meno democratica e domenica il voto per insediare il nuovo dittatore.
-L’attuale premier Hun Sen, da trent’anni al potere, ha sciolto i partiti rivali e gode del sostegno cinese.

Cambogia vota il nuovo dittatore

L’ex comunista anti Khmer rossi riporta la Cambogia alla dittatura. L’orrore di allora e la politica senza memoria. Hun Sen, l’uomo forte al potere dal 1985, ha messo da parte qualsiasi facciata di democrazia, e si avvia a vincere incontrastato dopo aver fatto sciogliere dalla magistratura il suo unico avversario di rilievo. L’ex Khmer che poi si ribello al comunismo stragista di Pol Pot, un percorso politico fortunato alle spalle col sostegno del Vietnam e sopratutto della Cina. La Cambogia che torna regno, un altro colpo di mano/colpo di stato di Hon Sen nel 1993, e da allora potere incontrastato. Per la Cambogia, a 25 anni dalla missione dell’Onu che la rifondò, il voto farsa è la pietra tombale  di una “primavera cambogiana” che era nell’aria sino ad alcuni anni fa.

Mancata primavera

«Era bella, quell’aria di primavera», scrive Alessandro Ursic su La Stampa. «Una popolazione giovanissima che emergeva dalla povertà, una società civile frizzante, un “uomo forte” al potere da tre decenni che iniziava a tremare». Invece il cambiamento arriva in direzione opposta. Domenica 29 al voto per l’avvento della dittatura di Hun Sen. Il ‘Partito cambogiano di salvezza nazionale’ che poteva contendergli il potere non esiste più: è stato sciolto dopo una prolungata persecuzione politica del suo leader Kem Sokha, culminata a settembre con l’arresto per «tradimento», accusa che potrebbe costargli 30 anni di carcere. Avrebbe ‘complottato con potenze occidentali’ (gli Stati uniti) per un cambiamento di regime.

Crolla la facciata democrazia

Lo stato maggiore del partito di opposizione fuggito all’estero. Trenta radio vicine all’opposizione chiuse. Le Ong locali minacciate. Un quotidiano in inglese critico contro il governo è stato fatto chiudere per presunte tasse non pagate. Criticare il premier può anche costare la vita. Uno dei più noti contestatori, Kem Ley, due anni fa è stato ucciso in pieno giorno a Phnom Penh. Paura e clientele, e bastano pochi soldi. Una bustarella con pochi dollari può comprare un voto. Al contrario, se non votano bene, interi villaggi rischiano di vedersi tagliati i servizi essenziali. Per i lavoratori del tessile, un settore vitale in Cambogia, sono arrivati  aumenti salariali, elettoralmente strategici.

Crescita e diseguaglianze

Ma l’entusiasmo popolare manca, osserva Alessandro Ursic. «E Hun Sen, lo scaltro disertore dei Khmer rossi avvicinatosi poi al Vietnam, che ad acume politico ha sempre stracciato i suoi rivali, lo sa. E ossessionato dal dimostrare la sua legittimità, con il suo controllo della macchina burocratica punta a stravincere. E con un’affluenza elevata». Di fatto non ci sono alternative, e comunque il governo di Hun Sen può vantarsi di aver fatto il crescere il Paese del 7% l’anno dal 2000. Anche se le disuguaglianze restano enormi. Una ristretta cricca corrotta di affaristi vicini al governo, un tempo tenuta dagli aiuti occidentali, e poi dal decollo dell’export del tessile e in generale della crescita economica del Sud-est asiatico.

Modello coreano alla Kim

Quando nei primi anni Novanta l’Onu la prese in mano, la Cambogia era in macerie dopo la follia genocida di Pol Pot e oltre un decennio di guerra civile. L’Onu gli scrisse una Costituzione e organizzò le prime elezioni. «Hun Sen pian piano eliminò i suoi principali avversari, spesso con un misto di bastone e carota, ma almeno una parvenza di istituzioni democratiche rimaneva». Adesso, fine della commedia: lui ha già dichiarato di voler governare per altri dieci anni. Per il dopo, sta già preparando i suoi tre figli modello coreano, alla Kim. Sola minaccia, valuta alcuni osservatori, una popolazione che per metà ha meno di 25 anni. Un’intera generazione che ha visto solo Hun Sen al potere, e che forse un giorno riuscirà a ritrovare la forza per cambiare.

Il mondo contro e la Cina

La campagna di boicottaggio elettorale è simboleggiata da un “dito bianco”, in contrapposizione a quello sporco dell’inchiostro utilizzato in Cambogia per convalidare il voto. «Stiamo invitando i cittadini a non sporcarsi le mani con queste elezioni farsa», dichiara Sam Rainsy, ex leader dell’opposizione cambogiana fuggito in Francia. Il governo Usa ha bloccato i visti d’ingresso di funzionari cambogiani accusati di “minare la democrazia”. L’Ue, minaccia la revoca dell’accesso agevolato al mercato europeo di cui gode la Cambogia. Hun Sen, però, non si è lasciato intimorire, forte del deciso sostegno politico, economico e finanziario concessogli dalla Cina, da alcuni anni primo investitore diretto della Cambogia. Il paese si trova in una posizione strategica per la nuova Via della seta, e quest’anno il premier cinese Li Keqiang ha firmato accordi per lo sviluppo infrastrutturale della Cambogia del valore di miliardi di dollari.

 

120 anni dopo Mao, il socialismo di mercato

Potrebbe piacerti anche