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sabato 14 Dicembre 2019

Ex Isis ammazza ancora ma in Siria è già affare ricostruzione

Attentati dell’ex Isis nel sud della Siria con più di 200 morti, ma è ferocia per dimostrare di esistere in un Paese distrutto che comunque si avvia al dopoguerra.
-Per il mondo un bottino da 400 miliardi, per Damasco il mezzo per riprendersi un paese dove i gruppi jihadisti di opposizione hanno dirottato la protesta del 2011

CI SONO ANCORA
Agenzia AdnKronos – Strage a Sweida, in Siria. Il sedicente Stato islamico ha rivendicato la responsabilità degli attacchi che hanno insanguinato la città nel sud del Paese.
Agenzia ANSA – Siria, l’Isis fa 246 morti in attacchi simultanei nel sud. E’ salito ad almeno 246 morti, compresi almeno 135 civili e 111 membri delle milizie di autodifesa, il bilancio della serie di attacchi simultanei lanciati ieri dall’Isis nella cittadina di Sweida, nel sud della Siria, e in alcuni villaggi circostanti.

Ricostruzione, solidarietà e business

In Siria è già affare ricostruzione. Cronaca da Aleppo di Chiara Cruciati, Manifesto. E come dopo ogni guerra, prima la rimozione delle macerie, poi la riapertura delle strade, di alcune scuole, forni, stazioni di polizia. Aleppo un anno e mezzo dalla sua distruzione. «Oggi, a 19 mesi dalla vittoria governativa, con le famiglie che lentamente rientrano, parte la prima ricostruzione, la più immediata: 3-4 mesi sono serviti per rimuovere le macerie, ripulire le strade; poi è toccato agli edifici pubblici, mentre le reti idriche e fognarie venivano rattoppate per permettere la ripresa della vita quotidiana». Perché in Siria non si sa solo distruggere. Pochi, ad esempio, ricordano che è stata la Siria che ha aiutato a rimettere in piedi Beirut dopo la guerra civile.

400, 500 miliardi di dollari

La guerra non è ancora tecnicamente finita ma già di discute di ricostruzione, e di cifre da brivido: tra i 400 e i 500 miliardi di dollari. Trovare quella montagna di dollari e ricostruire dove e come? E la questione diventa ‘guerra politica’. Utilizzare la ricostruzione come grimaldello demografico, una tentazione. Come ad Homs -sempre Chiara Cruciati- «la capitale della rivoluzione», dove Damasco avrebbe avviato progetti residenziali nella zona sud dove far trasferire famiglie alawite, fedeli ad Assad, per ridimensionare la comunità sunnita. Ogni comunità cerca di ricostruire anche e stessa. Nei quartieri cristiani, i lavori sono supervisionati dal patriarcato siriano. Il governo di Damasco sovrintende e impone le sue scelte. Col rischio di esacerbare, con la ricostruzione, le divisioni esplose negli anni della guerra civile.

Pace o guerra senza armi?

Rischio che si impongano priorità di gruppi finanziati e guidati dai regimi esterni, più interessati alla fondazione di emirati religiosi più che alla ricostruzione civile indispensabile oggi. Con 5 milioni di rifugiati e 7 milioni di sfollati interni, intere comunità restano fantasma. Se ad Homs sono rientrate 21mila famiglie nel 2018, nello stesso periodo oltre 900mila siriani sono fuggiti da Afrin a nord, e da Deraa a sud. Una nuova legge sui titoli di proprietà per poter ricostruire più rapidamente, e per far fronte alla enormità dei 12 milioni di persone sfollate interne o rifugiate all’estero, con abitazioni distrutte insieme al loro contenuto e con mezzo milione di morti, di cui molti padri di famiglia a cui erano intestati i beni. Amnesty ha definito la legge «un’operazione di ingegneria sociale», con prime vittime i residenti nelle aree che furono in mano alle opposizioni e fuggiti dagli scontri.

Ricostruzione a vantaggio di chi?

Grandi imprese e Stati che allungano le loro mani su un affare multi-miliardario, è l’immagine. Siria schiacciata dalle sanzioni internazionali e dalla sua incapacità di sfruttare le pur limitate riserve energetiche. «Ma Russia, Cina, Arabia saudita, Iran, Emirati sono tutti alla porta», avverte la reporter.
«A Mosca Assad ha già promesso la parte del leone; Pechino ha saputo mantenersi neutrale per potersi infilare nel business con la Nuova Via della Seta; Teheran ha investito miliardi di dollari e forze militari per tenere in sella il presidente e ora cerca una ricompensa non solo politica; Riyadh ha già fatto visita a Raqqa fiutando l’affare; e Abu Dhabi sta mettendo da parte il ruolo di incendiario e tentando un fruttuoso riavvicinamento a Damasco. Stati uniti e paesi europei stanno alla finestra».

Prima dell’apocalisse

Prima del 2011 -e non parliamo di democrazia o diritti umani- la Siria cresceva a una media del 4% l’anno, scuola e sanità gratuite, tasso di disoccupazione all’8,6%. Molta povertà anche prima, oltre il 28%, ma c’erano le reti sociali e familiari. Oggi, povero oltre l’80% di chi è rimasto, e a supporto spesso non c’è più nulla. La distruzione di fattorie, fabbriche, di un terzo delle abitazioni private e della metà delle strutture sanitarie e di quelle educative. Mezzo milione di posti di lavoro in meno ogni anno. Il prezzo dei beni di prima necessità come riso e farina è raddoppiato, quello del carburante è dieci volte quello del 2010. La Siria è tornata indietro di mezzo secolo: la vita media è crollata da 76 anni nel 2011 agli attuali 56. Mentre un’intera generazione, quella dei bambini nati subito prima e durante il conflitto, ha conosciuto solo guerra.

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