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martedì 12 Novembre 2019

Se riesplode l’Iraq: rivolta dal sud che minaccia Baghdad

Almeno 14 i morti nelle manifestazioni che da inizio luglio scuotono l’Iraq. Si manifesta contro la corruzione, la disoccupazione e la mancanza di servizi di base.
-Epicentro delle proteste Bassora, seduta su una ricchezza petrolifera di cui non beneficia, assetata e senza energia elettrica.
-Ma la rivolta ora risale verso il cuore politico del Paese.
– Iraq ostaggio della resa dei conti tra Usa e Iran

Iraq, proteste in strada
14 morti, 800 arrestati

Se riesplode l’Iraq. Bassora, sud dell’Iraq, dove Tigri ed Eufrate si uniscono prima di sfociare nel Golfo Persico, tra l’Iran da un lato e il Kuwait prima dell’Arabia saudita, sull’altra costa. Venezia del Golfo, il soprannome un po’ forzato. Una città sorta su un mare di petrolio, che però non aiuta i suoi 2 milioni e mezzo di abitanti a vivere meglio. E da settimane, nella seconda città dell’Iraq è rivolta. Almeno quattordici uccisi e centinaia di feriti da inizio luglio. Proteste contro condizioni di vita sempre più difficili a Bassora, Samawa, Najaf e in vari centri dei governatorati di Maysan e Dhi Qar.
I tumulti sono passati dai cortei all’occupazione degli edifici pubblici, con veri e propri raid nei centri di estrazione del petrolio, come West Qurna 1, o all’aeroporto di Najaf. I civili scesi in strada chiedono posti di lavoro, servizi efficienti a partire da quello sanitario e dall’erogazione dell’acqua. Si protesta anche per la corruzione endemica e per le ingerenze straniere nel Paese -Stati Uniti e Iran tra tutti-, ma soprattutto per la mancanza di elettricità. Un paradosso -rileva Emanuele Confortin su EastWest- se pensiamo ai 3,5 milioni di barili di petrolio estratti ogni giorno e in gran parte diretti all’estero, dove sono usati per produrre sopratutto energia.

Il ‘terzo fiume’ iracheno oltre Tigri ed Eufrate

Il corso del “terzo fiume iracheno”, il petrolio, origina introiti enormi -osserva EastWest- ma non bastano a garantire il fabbisogno energetico interno, il cui picco giunge proprio in estate, quando le temperature prossime ai 50 gradi impongono il ricorso sistematico ai condizionatori. Non risulta quindi ammissibile che in uno dei maggiori Paesi produttori di petrolio ci siano città dove l’elettricità arriva per tre ore al giorno. Problema vero, che mancano le centrali per farla quella elettricità: la domanda è di 23 mila megawatt ma l’Iraq può produrne 16 mila.
«Il gap si colma con i generatori a gasolio onnipresenti nel Paese, un giro di affari di 10 miliardi di euro all’anno. Tutte risorse sottratte allo Stato, capace di riscuotere appena il 12% degli introiti derivanti dal servizio elettrico nazionale e costretto ad acquistare energia all’estero», i dettagli da Emanuele Confortin.
Ironia ultima, la corrente elettrica la puoi comprare dal vicino Iran, ad esempio. Accade, ma per pagare i conti, devi violare l’embargo Usa, e l’Iraq torna nel mezzo. Lo stesso vale per l’acqua, fornita in quantità limitata e puntualmente mista a terra. Certo, è colpa della minore portata dei due grandi fiumi iracheni, il Tigri e l’Eufrate, ridotta del 40% in due decenni dalla Turchia.

Senza rimpiangere Saddam, ma..

Poca acqua, poco elettricità, ma web per tutti. E per i governanti ora sono guai. Una finestra sul mondo e la possibilità di confrontarsi. Attraverso la rete circola anche il malcontento. Ora Baghdad, che non fa centrali elettriche e acquedotti, cerca di frenare la rabbia che si organizza, con la interruzione periodica della rete.
Il Primo ministro uscente Haider al-Abadi, ha ordinato lo stato d’emergenza imponendo il coprifuoco notturno, fatto rispettare dai soldati dell’antiterrorismo, quella Nona Divisione che un anno fa riprendeva Mosul dopo un triennio di occupazione di Daesh. Ora, quei liberatori, usano lacrimogeni, idranti e proiettili veri contro i cittadini iracheni che chiedono acqua, lavoro ed elettricità.
Bastone e carota: la promessa di 10mila posti di lavoro e 2,5 miliardi di euro per migliorare i servizi. Sud in rivolta, ma è ormai contagio verso nord. Centinaia di persone della capitale hanno sfilato a piazza Tahrir e nei quartieri sciiti orientali, a Sadr City. Baghdad, da sempre, il termometro del Paese.

Mille ragioni per una rivolta

Dopo la lunga offensiva contro l’Isis, gran parte dell’Iraq settentrionale è ancora in macerie e la ricostruzione non inizia. Mosul è l’esempio peggiore, ma lo stesso vale per per tutta l’area di Ninive o del Sinjar, col rischio di pericolose resurrezioni con la protesta, Daesh tra tutti. Paese mal governato e assieme in crisi di ‘identità’ geostrategica’. Tra Washington e Teheran, dopo la rottura da parte di Trump dell’accordo sul nucleare iraniano.
Da un lato c’è Abadi, il premier uscente considerato l’uomo di Washington alle votazioni di maggio, ma ormai indebolito dalla sconfitta elettorale. Vincente il chierico sciita Muqtada al-Sadr, un tempo acerrimo nemico degli Stati Uniti, ora nemico giurato (promette) della corruzione che avrebbe bruciato 320 miliardi di dollari dal 2003 (la guerra di Bush junior), ad oggi.
Washington da una parte, Teheran dall’altra. O Abadi, uomo Usa, paga, o niente energia elettrica. Ma se Abadi paga Teheran, Washington si arrabbia.

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