lunedì 22 ottobre 2018

Allerta Ue: ‘Possibile Brexit dura’, rischio dogane, voli e visti

Allarme della Commissione Ue su una uscita senza accordo della Gran Bretagna. “Prepariamoci ad ogni eventualità”.
-Secondo alcune fonti, se non ci sarà un accordo potrebbe essere necessario il visto per chi entra nel Paese.

Dopo i consigli di Trump
possibilità di Brexit dura

Allerta Ue: ‘Possibile Brexit dura’, avverte la Commissione europea, solitamente abtuata a comunicare con dosi massicce di ammorbidente. Ed il ‘possibile’ deve forse essere letto come ‘probabile’. «Pronti a ogni eventualità», quindi anche a quella di un mancato accordo. «La Commissione chiede ai Governi di prepararsi a tutti gli scenari, considerando anche “misure di contingenza” per problemi specifici come le dogane, nel caso di non accordo». Ma per certi toni, c’è sicuramente qualcosa che non ci dicono. Ad esempio che il governo britannico sta preparando un documento di 70 pagine in cui spiega le potenziali conseguenze del «no deal», e come comportarsi. Una sorte di manuale di guerra per la popolazione.

Cosa succede senza accordo?

Documento e contro documento. Bruxelles ha pubblicato ieri un dossier di 15 pagine in cui elenca i dettagli della «considerevole turbativa» cui vanno incontro le imprese e i cittadini. A Londra si discute ormai apertamente dell’ipotesi «no deal»: «Lo stallo in cui è finito il governo di Theresa May, stretto fra euroscettici e filo-europei, rende la prospettiva sempre più probabile», scrive Luigi Ippolito sul Corriere della Sera da Londra. Che elenca cosa è valutato potrebbe accadere con un divorzio per via giudiziaria tra Regno Unito e Unione europea. Conti in tasca tra noi gente comune sui due fronti della Manica.

1) I prezzi. Tutto più caro

In GB impennata dei prezzi con probabile svalutazione della sterlina di almeno il 15 per cento (un altro 15 per cento lo aveva già perso dopo il referendum del 2016). Dazi sul latte e i formaggi al 45 per cento, carne potrebbe +37%, abbigliamento, scarpe, bevande e tabacco 10%. Possibili ritardi nell’approvvigionamento e rischio di scaffali vuoti a causa dei nuovi controlli doganali. Le famiglie più povere dovranno spendere 500 sterline extra all’anno. E alla Gran Bretagna tutto ciò potrebbe costare la perdita di 800 mila posti di lavoro e di 6 punti del Prodotto interno lordo.

2) Frontiere. Ritardi alle dogane

Tutte le merci in entrata e in uscita dai porti britannici sottoposte a ispezioni doganali. Attualmente -se3mpre Luigi Ippolito- un camion a Dover impiega due minuti per passare. Collasso le dogane con il controllo di ogni carico. Molte merci rimarrebbero bloccate alle frontiere. Altro problema di confine fra l’Irlanda e l’Ulster: attualmente 30 mila persone al giorno attraversano quella frontiera. Il ritorno a un confine rigido avrebbe serie ripercussioni e tensioni politiche. L’Europa insiste che la Brexit non dovrà comportare la reintroduzione di una barriera fisica in Irlanda.

3) Traffico aereo, voli a rischio

Dopo il marzo 2019 i voli tra Gran Bretagna ed Europa potrebbero restare a terra. Il traffico aereo è supervisionato dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea, ma non ci sono regole equivalenti. Se non si colma questo vuoto giuridico, i voli potrebbero essere sospesi. Più tour operator avvertono che non si assumono responsabilità per ritardi e cancellazioni causati da «chiusure dello spazio aereo» dopo il marzo 2019. Anche Ryanair ha lanciato un avvertimento simile. Presto le compagnie aeree potrebbero non garantire più le prenotazioni successive al marzo 2019.

4) Farmaci non autorizzati

L’uscita di Londra dall’Agenzia nucleare europea, l’Euratom, metterebbe a rischio la fornitura in Gran Bretagna degli isotopi necessari per esami e trattamenti radiologici. E i rallentamenti alle frontiere potrebbero rappresentare una «grave minaccia» per l’approvvigionamento di diversi tipi di medicinali. Il servizio sanitario britannico ha già cominciato ad accumulare scorte. Le aziende produttrici di farmaci spinte a lasciare la Gran Bretagna per non perdere la licenza di esportare i loro prodotti in Europa. E farmaci europei non più autorizzati in Gran Bretagna.

Manifestazione a Londra contro i ‘duri’ della Brexit

Londra uscirà malconcia
dall’Unione europea

In Gran Bratagna è ancora tempo di “solo Brexit, sempre Brexit”, rileva Gwynne Dyer, su Internazionale. Colpa del litigioso Partito conservatore di Theresa May, in crisi. L’8 luglio, lascia David Davis, falco della Brexit, seguito dal ministro degli esteri Boris Johnson. Elegante Johnson, che prima ha paragonato i piani di negoziato di May al tentativo di “lucidare uno stronzo”, poi ha cambiato idea sostenendoli per 36 ore, prima di dimettersi. Battute alle ricerca di consenso popolare (in Italia c’è il ministro a dichiarazione oraria), ma senza una controproposta coerente. Salvo la minaccia di poter organizzare una rivolta in grado di rovesciare Theresa May,

Gwynne Dyer rileva come in GB adesso, tutte e quattro le principali cariche dello stato – premier, ministro delle finanze, ministro degli esteri e ministro dell’interno– sono oggi in mano a politici conservatori che hanno votato a favore della permanenza in Europa al referendum. E allora? La forza dei duri e poco puri, è la minaccia di elezioni anticipate, con la forte probabilità di riportare al governo i laburisti di Corbyn. Terrore Corbyn, un ‘quasi Lenin’. Mentre in molti ritengono che una maggioranza dei parlamentari conservatori preferisca una Brexit molto morbida o addirittura non voglia alcuna Brexit. E la politica britannica si avvita su se stessa, ma il tempo sta scadendo.

29 marzo 2019

Il Regno Unito uscirà dall’Unione europea il 29 marzo 2019, che ci sia o meno un accordo che mantiene in piedi buona parte degli attuali trattati commerciali con l’Ue. In pratica, la data limite è il prossimo ottobre, perché gli altri 27 dell’Ue hanno bisogno di tempo per ratificare l’accordo. Se non ci sarà accordo? Il caos. «Il volume degli scambi di beni e servizi tra il Regno Unito e il resto dell’Ue è talmente grande, e la preparazione necessaria a documentare la sicurezza e l’origine dei beni e a raccogliere gli oneri doganali sono così complesse, che la nuova frontiera finirebbe semplicemente per paralizzarsi». Tutto per la guerra civile interna ai conservatori britannici

Impietoso Dyer, ci ricorda che l’unico motivo per cui è stato organizzato un referendum è stato che il premier dell’epoca, David Cameron, pensava che una chiara sconfitta avrebbe fatto tacere i sostenitori dell’uscita dall’Ue e posto fine alla guerra interna. Ma aveva fatto male i suoi calcoli. I sostenitori della Brexit hanno agitato l’immagine di un’Ue oppressiva e causa di tutti i mali del paese, vendendola alla vecchia generazione nostalgica, ai disoccupati e i sottoccupati che cercavano qualcuno da incolpare, oltre che a nazionalisti di ogni colore e origine. Qualcosa di molto simile a quanto accaduto e ancora accade in Italia. Tra un forzato allarme immigrati e l’altro.

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