lunedì 20 agosto 2018

La star sportiva che ridà attenzione all’annegato anonimo della politica

Stella del basket tra i volontari della ong: «Rabbia per come muoiono i migranti».
-Lo spagnolo Marc Gasol dell’Nba.
-Il giocatore ha partecipato al salvataggio di Josepa: «Lasciata in acqua dai libici»

Annegati Anonimi

La star sportiva nello scatto che ha compiuto il giro del mondo, tra condivisioni e discusse ricostruzioni governative. Il salvataggio della 40enne camerunense attaccata a un pezzo di legno – quello che restava del fondo di un gommone su cui viaggiava con altre decine di migranti – per due giorni in mare dopo il naufragio di un barcone. Tra i soccorritori c’è anche Marc Gasol. Barba lunga e occhialini, uno dei più forti cestisti europei degli ultimi 20 anni, “star della Nba ai Memphis Grizzlies con ingaggio a otto cifre”, spiega Nicola Sellitti su Il Manifesto.
Ragioni personali, solidarietà umana, forse fede. La star sportiva in pausa dal campionato miliardario Usa, soccorre materialmente l’umanità più disperata e ridà attenzione e nome a quell'”annegato anonimo” utile per chi vorrebbe ridurre il problema a prova di forza, di ordine, di frontiere da sigillare.

Disumanità

Il più recente episodio di disumanità, tra accuse incrociate e contestazioni politiche, l’abbandono di naufraghi da parte della guardia costiera libica. La testimonianza di Marc Gasol a El Pais, alla ricerca di quei corpi abbandonati. «All’inizio sembrava che non ci fosse nessuno vivo. Poi siamo arrivati più vicini e abbiamo visto che c’era una donna viva aggrappata con un braccio a un pezzo di legno. Provo rabbia, impotenza ma anche la sensazione di aver contribuito a salvare una vita. Se non fosse stato per il nostro intervento nessuno avrebbe saputo cosa era successo. Si sarebbe detto che i libici avevano salvato 150 persone. Ma la realtà è che hanno lasciato la gente viva in mare.
Se fossimo arrivati prima, avremmo potuto salvare più persone. Se invece avessimo ritardato quindici o venti minuti, anche Josefa sarebbe morta. La situazione è tale che è al di sopra dei miei sentimenti personali, stiamo parlando di atti criminali disumani. Queste persone dovrebbero essere salvate».

«Bugie». «Fake news». Di chi?

«Bugie». «Fake news». Matteo Salvini a difesa del corretto comportamento della Guardia costiera libica, ma è solo un altro passaggio della battaglia per l’improbabile riconoscimento della Libia come ‘Paese sicuro’ nel quale poter rispedire i migranti. L’Unione europea ha già detto di no, ma la polemica aiuta la politica. Con la guardia costiera libica su imbarcazioni italiane donate, (quattro, più di recente altre 12 mentre 14 sono state promesse), che gode di pessima fama. Documenti anche filmati della londinese Forensic Oceanography, su episodi di violenza, ong comprese.
Un paese nel quale i diritti umani sono vietati anche agli stessi libici, come denunciato ad aprile aprile da un rapporto dell’Onu in cui si parlava di «orrori e torture» nelle carceri. Dove, denunciava l’Alto commissariato per le Nazioni unite, le persone sono detenute «in maniera arbitraria» sulla base «della loro appartenenza tribale o di legami familiari o di apparenti affiliazioni politiche».

Via dal Mediterraneo le Ong

Liberare il Mediterraneo dalle Ong, sembra essere il progetto politico del nostro governo. Guardia costiera italiana verso le nostre coste. E, soprattutto, delega del soccorso alla Guardia costiera libica, oscillante tra fallimentare imperizia e complicità criminale. Dare la morte o la vita come conseguenza del soccorrere o del non soccorrere, che viene giustificato con le necessità della sicurezza (difendere i confini, respingere l’invasione, proteggere i cittadini dal nemico), denuncia l’ex parlamentare Luigi Manconi. Che ribalta: «Il diritto/dovere al soccorso è un principio assoluto che precede le Costituzioni dei singoli stati, gli ordinamenti giuridici e i codici nazionali, e che prevale su tutto. Assoluto, appunto». E cita la recente sentenza del Consiglio costituzionale francese che, contro l’ipotesi di una sorta di reato di solidarietà, hanno scritto: «Va protetta la libertà di aiutare gli altri per spirito umanitario, regolare o irregolare che sia il loro soggiorno sul territorio nazionale».

Clandestini è anche business

«Il business dei clandestini si coniuga all’ecatombe in mare», sostiene il rapporto semestrale della Direzione Investigativa Antimafia. Le mafie italiane e straniere lucrano sul proibizionismo delle migrazioni, in cui è diventato quasi impossibile entrare legalmente e le leggi in materia producono clandestini. Sono coinvolti «maghrebini, soprattutto libici e marocchini, nel trasporto di migranti dalle coste nordafricane verso le coste siciliane».
Ci sono anche italiani: ex contrabbandieri della Sacra corona unita mettono a disposizione i loro natanti e clan nigeriani organizzano lo sfruttamento della prostituzione. «Per le organizzazioni criminali straniere in Italia –si legge nel documento -. il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con tutta la sua scia di reati “satellite”, per le proporzioni raggiunte, e grazie ad uno scacchiere geopolitico in continua evoluzione, è oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali».

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