giovedì 25 aprile 2019

Cade la culla del sandinismo nel Nicaragua degli Ortega

Ortega, nell’anniversario della rivoluzione, riprende con la violenza la culla del sandinismo.
-I militari affiancati dai ‘grupos de choque’ hanno ripreso con le armi anche Monimbó, epicentro delle proteste e luogo-simbolo della rivoluzione sandinista.
-Un altro ex-comandante sandinista, Henry Ruiz, ha denunciato la deriva dittatoriale degli Ortega.

Monimbò!

L’allarme con un tweet di monsignor Silvio José Baez: «Attaccano Monimbó!».
Monimbó è un quartiere simbolo della città di Masaya, occidente del Paese, 30 km da Managua. L’assalto da parte di centinaia di poliziotti e di uomini armati e incappucciati per espugnare il ‘barrio’ indio di Monimbó che dal 18 aprile, giorno di inizio delle grandi proteste contro il governo, ha alzato barricate.
Da allora più di 350 morti, più di 60 scomparsi e oltre 2mila feriti. La mano è quella dei grupos de choque, militanti governativi armati e pronti a tutto che agiscono a fianco delle forze dell’ordine, e fanno il ‘lavoro sporco’ senza che queste intervengano. È il secondo attacco che soffre Masaya, precisa Fabio Bozzato su EastWest, Masaya che ha già lasciato sulle strade 35 morti, oltre al corpo di martedì freddato da un colpo di pistola alla testa.

Sono cocciuti a Masaya

39 anni fa, sempre a Masaya. Qualche settimana prima dell’entrata trionfale a Managua, il 19 luglio 1979, la Guardia Nazionale somozista aveva lanciato una controffensiva e i sandinisti avevano dovuto ripiegare a Masaya, recuperare le forze e da lì dare la spallata finale.
«Nella liturgia sandinista quella è la loro città. E anche quest’anno Daniel Ortega e la moglie (nonché sua vice) Rosario Murillo, ci sono andati, protetti da centinaia di antisommossa e di paramilitari fedeli. Ma si sono dovuti fermare di fronte alle barricate del barrio indio», sempre Bozzato.
Chi resiste oggi a Masaya rivendica proprio quel luogo di libertà, ma stavolta lo fa contro il comandante di quei guerriglieri che 39 anni fa qui trovarono rifugio e ora comandano con pugno duro un Paese in forte crisi. Ortega il comandante-presidente diventato despota, ma la moglie vice la figura più sinistra.

Violenza senza fine

Nicaragua da tre mesi precipitato in una violenza che non sembra aver fine. Il ‘tavolo di dialogo’, guidato dalla Conferenza Episcopale del Paese, non riesce neppure più a riunirsi. Ortega pone come condizione la fine dei ‘tranques’, le barricate che hanno bloccato le principali vie del Paese. E le mobilitazioni ai blocchi stradali si sono moltiplicate. Escalation parallela della repressione violenta su cui si succedono le denunce della comunità internazionale, segretario generale delle Nazioni Unite in testa..
Ortega sta drammatizzando la situazione alla maniera venezuelana -la valutazione di molti- anche se i morti nei tre mesi di proteste in Nicaragua sono il doppio di quelli contati in tutto lo scorso anno nelle strade di Caracas.

Il presidente Daniel Ortega e la moglie e sua vice Rosario Murillo,

Il crisi tutta l’area

L’intera regione in fibrillazione. Lo scambio commerciale da nord a sud del Centroamerica risulta caduto del 79% e quasi altrettanto (il 75%) nell’altra direzione, da Panama verso il Guatemala. Fermo il 20% delle imprese di commercio, con una perdita per la regione di 21,1 milioni di dollari, e prezzi saliti del 37%. Per questo sono soprattutto i Paesi dell’area i più inquieti, per il momento però quasi silenti.
In questi giorni un altro ex-comandante sandinista ha denunciato la deriva degli Ortega. Henry Ruiz era uno dei nove che reggevano il Nicaragua dopo il trionfo dei sandinisti. Dissidente e in pensione, denuncia «la costruzione di una dittatura». E ha chiesto all’esercito di «non chiudere gli occhi: loro sono quelli che possono salvare la situazione, prima di tutto disarmando i gruppi paramilitari, chiunque essi siano».

 

DA EURONEWS

 

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