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giovedì 12 Dicembre 2019

Nicaragua, si celebra la rivoluzione e per nascondere la rivolta

Scontri a Masaya, assaltata l’ennesima chiesa. L’operazione militare ha colpito in particolare l’area della comunità indigena di Monimbó, con almeno tre morti e numerosi feriti, ma si teme molto di peggio.
-Intanto il presidente Ortega ordina ai suoi di salvare le celebrazioni per commemorare la rivoluzione che lui è accusato di avere tradito

‘Turbas’ all’assalto di Monimbó

Forze di polizia e paramilitari del Nicaragua all’attacco di Masaya, a 30 chilometri da Managua, città simbolo della resistenza al governo del presidente Daniel Ortega. L’operazione militare ha colpito in particolare l’area della comunità indigena di Monimbó, con almeno tre morti e numerosi feriti, ma si teme molto di peggio.
Monimbó, racconta Lucia Capuzzi su Avvenire, è stata svegliata dal suono delle campane. Campane a martello come un tempo, allerta agli abitanti del quartiere indigeno di Masaya dell’irruzione dei paramilitari, le “turbas”, il braccio armato dell’“Operación limpieza”, Operazione pulizia, che di pulito non ha né le mani né  la coscienza.

Il sogno dopo Somoza

A Monimbó, roccaforte della resistenza, le “turbas”hanno agito con particolare zelo, hanno sparato sulla gente che cercava di difendere le barricate, e la parrocchia di Santa Maria Maddalena s’è ritrovata sotto il fuoco per ore. Almeno un agente è morto, decine di persone sono state arrestate. A mezz’ora d’auto di distanza, nella Plaza de la Fé di Managua, invece, fervevano i preparativi della festa della rivoluzione che aveva fatto sognare dopo Somoza.
«Il presidente Daniel Ortega, chiuso nella casabunker della Colonia del Carmen, lo ha detto con irrevocabile chiarezza ai suoi fedelissimi: niente deve rovinare, domani, la celebrazione dell’anniversario della rivoluzione che, 39 anni fa, mise fine alla sanguinaria dinastia del clan Somoza».

Anniversario e illusione

Il 19 luglio 1979, la colonna sud dell’esercito ribelle, il Fronte sandinista di liberazione nazionale, entrò trionfante a Managua, ricorda Avvenire. Difficile scorgere il comandante del fronte sandinista di allora nell’attuale presidente-dinosauro Daniel Ortega, al potere da 11 anni e deciso a restarvi, con accanto la moglie, Rosario Murillo, vice presidente ed “eminenza grigia” dell’intero apparato. Ortega ormai più simile al deposto Anastasio Somoza che all’eroe nazionale César Augusto Sandino, alla cui lotta per la libertà dalla dominazione straniera e la giustizia si richiama il movimento sandinista. Governo ormai impopolare che si regge sul sostegno imprenditoriale fatto di politiche neoliberali, investimenti facili e silenzio imposto ai sindacati.

Primavera nicaraguense

A innescare un’inedita reazione a catena, il 18 aprile, la riforma della previdenza, poi ritirata. L’intervento brutale delle ‘turbas’ contro i pensionati, ha portato da allora in piazza migliaia di persone. Oltre trecentosettanta morti, di cui oltre 300 tra i manifestanti, 2.100 feriti, 261 desaparecidos, secondo i dati dell’Asociación pro derechos humanos. Crisi latente che maturava da tempo, ma esplosa anche col venir meno dei 500 milioni di dollari l’anno di aiuti venezuelani.
Crisi rincorre crisi, e il Venezuela tracina il Nicaragua, dove già il 42 per cento della gente è povera e il 79 per cento lavora in nero. Rivolta che covava, esplosa con le repressioni di aprile, mentre salta il sodalizio con gli imprenditori, passati , all’opposizione (tempismo sospetto) insieme a studenti e contadini.

La Chiesa mediatrice

A cercare una via d’uscita non violenta, la Chiesa nicaraguense. La Conferenza episcopale chiamata a fare da testimone e garante di un difficile dialogo nazionale, ha subito aggressioni di sacerdoti e vescovi. Perfino il cardinale Leopoldo Brenes e il nunzio Waldemar Stanislaw Sommertag sono stati malmenati, mentre gli assalti alle chiese sono quotidiani. Ortega ostinato, rifiuta di anticipare le elezioni e aumenta la violenza per stroncare la rivolta.
Anche il Segretario generale Onu Antonio Guterres e 13 Paesi latinoamericani hanno criticato la brutalità della repressione. Una violenza che la Chiesa, tra le poche istituzioni indipendenti, cerca di arginare.

Che si arrenda tua madre!

Torniamo al racconto di Lucia Capuzzi su Avvenire. «Quella di domani per il governo più che una celebrazione, dunque, sarà una dimostrazione di forza. Almeno in apparenza». Ma la memoria del sandinismo rivoluzionario vincente offre anche spunti molto pericolosi per l’autoritarismo di Ortega. Perché oggi come 39 anni fa, i manifestanti non sono disposti a farsi «rimettere in riga».
«Che si arrenda tua madre!», gridano ad ogni corteo. Frase simbolica: la pronunciò, il 15 gennaio 1970, il poeta sandinista Leonel Rugama mentre la Guardia nazionale di Somoza gli intimava la resa. Quel giorno Rugama fu ucciso. Ma nove anni dopo la rivoluzione vinse.

 

TV2000

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