mercoledì 20 febbraio 2019

Nomine Rai (e 007), lotti e cazzotti, sui contenuti assordante silenzio

Nomine Rai e commissione parlamentare di controllo sui servizi segreti forse in arrivo. Lotti e cazzotti. Notizie spot e poi il grande assente.
-PARLIAMO DI CONTENUTI per il futuro del servizio pubblico radiotelevisivo alle prese con cambiamenti di scenario -l’avvento del web- molto più radicali di quelli politici in corso.
-Con un contributo di Andrea Melodia

  • Nomine Rai, lotti e cazzotti. Antichi sistemi di spartizione, strattoni compresi tra ‘soci di maggioranza’. Qualche responsabilità tocca per legge anche alle opposizioni, ma cosa? Veti incrociati Lega-M5S e scontro su quali poltrone vanno alle forze di ‘opposizione differenziata’, da Giorgia Meloni al Pd. Non sono gli argomenti che ama Remocontro, ma essendo legati a comunicazione e alla sicurezza, ne accenniamo, quel poco che basta per poi parlare di contenuti.
  • La lunga settimana delle poltrone si apre con l’indicazione dei rappresentanti del Partito democratico e di Forza Italia per le commissioni parlamentari di garanzia. Il Copasir, controllo sui servizi segreti pare destinata al Pd (bocciata la beffa Ftatelli d’Italia) e la Vigilanza Rai a Forza Italia. Trattative aperte tra Lega e M5S per il cda della Rai e Cassa Depositi e Prestiti. Partita interna anche tra le opposizioni a contendersi ruoli ufficiali e di una certa visibilità quasi azzerati.
  • Presidenza Copasir al dem Lorenzo Guerini, dice la stampa attenta a questa cose. Lita in casa Lega-Forza Italia invece sul nome di Maurizio Gasparri alla vigilanza Rai. Per il consiglio di viale Mazzini è caos. Partita gialloverde sui numeri, referendum 5stelle su nomi che comunque non esaltano, con qualche forzatura di interni Rai o ex poi usciti non volontariamente. Mentre compare il nome di Bianca Clerici per la presidenza Rai, in alternativa a Baudo, o Gabanelli o Freccero.

L’assordante silenzio

di Andrea Melodia

Dall’incontro pubblico di tre associazioni, ADPRAI-Associazione Dirigenti Pensionati RAI, UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana, e Infocivica-Gruppo di Amalfi, con l’invito ai candidati interni e esterni al Consiglio di amministrazione RAI a discutere i problemi dell’azienda.

Un tentativo di combattere l’assordante silenzio che accompagna in questi anni la questione del servizio pubblico. Perché ci interessa la RAI? A parte le lunghe frequentazioni di alcuni di noi, non siamo certo rappresentanti di un “partito RAI”, anzi siamo dell’idea che la RAI così com’è oggi rischia di durare poco e dunque va cambiata profondamente.
Tuttavia, siamo convinti che il problema della qualità della comunicazione sia oggi centrale, perché è in gioco la sopravvivenza della democrazia in una società pacifica e in sviluppo.
Di conseguenza, far funzionare correttamente un servizio pubblico della comunicazione è oggi più che mai essenziale. La RAI dovrebbe essere un punto di partenza, non di arrivo.

Cosa vogliamo dalla RAI? Anzitutto che smetta di vivere alla giornata, e che una dirigenza autonoma e capace, capace di dialogare con la politica senza sudditanza, le ridia lo slancio necessario.
Che si renda conto delle sue responsabilità, ricostruendo la cultura aziendale del servizio pubblico. Avendo in ogni attività produttiva, come obbiettivo essenziale, l’utilità sociale: cultura per tutti, corretta informazione, valori condivisi.

Che si apra ai giovani e ai nuovi media, aiutando soprattutto loro a costruire una responsabilità sociale nell’uso dei media. La trasformazione in media company non può essere un lento trapasso indolore. Tra l’altro, anche i giovani hanno diritto ad una offerta generalista: l’aggregazione dell’offerta in canali di flusso – pratica che non sembra affatto moribonda ma che certo va ripensata anche a causa delle prossime riduzioni della banda disponibile – non deve riguardare solo gli anziani. Tutto questo richiede un grande lavoro di selezione di nuove energie professionali, di formazione, di integrazione dei percorsi produttivi (no al metodo Gabanelli: il web non è separato dal resto) e di sostegno alla neutralità tecnologica generale (non ci sono piattaforme privilegiate).
Il cittadino utente deve essere servito ovunque si trovi, con qualsiasi tecnologia, su qualsiasi device. E un servizio pubblico della comunicazione deve avere un ruolo significativo e trasparente nella produzione e nel controllo degli algoritmi.

Cosa faremmo in RAI al posto vostro?
Cominceremmo a rivoltarla come un calzino: organizzata per prodotti e generi e non per reti e testate, passaggio dall’ottica broadcast a quella della produzione transmediale, dalla quale rivitalizzare anche il broadcast e sviluppare il simulcast.
In particolare deve essere de- e ri-strutturata l’informazione, accorpando le testate, creando un’unica newsgathering aperta al territorio, portando l’informazione locale in tutti i canali generalisti, e superando la diarchia tra informazione di rete e di testata. Vorremmo sognare una testata unica RAI, con un direttore senior editor all’americana, che si occupi di etica professionale, dei conflitti interni e dell’equilibrio del sistema, e tanti vice che gestiscono i contenuti finali nei canali distributivi, con organici ridotti e il supporto di una grande e unitaria struttura di produzione transmediale delle notizie. Salvaguardando qualità, approfondimenti, diversità di approcci, pluralismo, efficienza e efficacia. Per sentirsi parte di una impresa sociale diretta a mediare e pacificare, e insieme ad aborrire il pensiero unico.

Le strategie di alleanza della RAI vanno profondamente ripensate, sia a livello nazionale, sia europeo e internazionale. Non si può restare piccoli nel mondo globalizzato. Occorre aumentare le coproduzioni e avviare nuove strategie distributive, a cominciare dal web. Canale e produzione in inglese sono passi necessari, come la valorizzazione della cultura italiana all’estero.
Va sostituita rapidamente la centralità degli indici di ascolto, come criterio di valutazione primario della performance aziendale, con quella degli indici di coesione sociale introdotti nel nuovo contratto di servizio (l’indice di coesione sociale non prescinde dai livelli di ascolto, li comprende ma li finalizza a un obbiettivo di servizio pubblico).
La RAI non deve combattere la concorrenza, ma mettersi al centro di un percorso virtuoso di valorizzazione dei media di qualità, ovunque prodotti.
Bisogna sgomberare il campo da sciocchezze tipo “privatizzazione” o “vendita di pezzi”.

Occorre smetterla di distinguere tra “ciò che educa” e ciò che è “commerciale”. La RAI servizio pubblico deve “educare” anche nell’intrattenimento, altrimenti tanto vale chiuderla. La gestione separata dei budget è una invenzione di Bruxelles che va superata.
La RAI deve usare bene le sue risorse professionali e tecniche, che sono il vero patrimonio aziendale. Rompere le gabbie professionali e salariali, esaltare la collaborazione e l’interscambio tra i ruoli, e considerare gli appalti, quando necessari, come una risorsa da controllare e gestire, e non viceversa come avviene oggi soprattutto nelle reti TV.
I settori strategici per la vita dell’azienda, che sono la formazione, la ricerca tecnologica, la selezione e valorizzazione di talenti creativi e artistici oltre alle altre professionalità necessarie per produrre contenuti di qualità, non possono essere affidati a terzi.

Viviamo in una società multietnica. Ricordarsene significa svilupparne le potenzialità e superare le inevitabili paure. Costruire la nazione, anche valorizzando l’appartenenza europea, non può prescindere da questa realtà.
Il contratto di servizio è uno strumento poco lungimirante e migliorabile ma dignitoso, non lasciare che burocrazia e convenienze lo sviliscano ulteriormente.
La radio è una grande potenzialità, ieri oggi e domani. Va sviluppata e mantenuta nell’ottica integrale del servizio pubblico, non marginalizzata.
In conclusione, i tre grandi settori di competenza che si richiedono ai nuovi amministratori sono mercato, prodotto, e tecnologia. Tutto questo nell’ottica del servizio pubblico. Auguriamo ai nuovi amministratori di riuscire a realizzare questa sintesi.

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