Privacy Policy
martedì 15 Ottobre 2019

Libertè, egalitè, fraternitè 1789, ma i migranti erano schiavi

14 luglio 1789 a Parigi, l’inizio della Rivoluzione francese, lo spartiacque simbolico tra l’età moderna e l’età contemporanea.
-Libertè, egalitè, fraternitè, ma ancora aspirazione per i bianchi, mentre i migranti d’allora arrivavano costretti come schiavi.
-Il percorso dell’emancipazione degli schiavi prima e dopo la presa della Bastiglia.

Libertè, egalitè, fraternitè sempre,
nonostante tante minacce attorno
– Il quel 1789, dopo quel 14 luglio, tra le molte cose da cambiare radicalmente, ancora lo schiavismo. La Rivoluzione fece esplodere tutte le tensioni insieme. Anche lontano da Parigi, a Sainte-Domingue, tornata oggi al nome indio di Haiti, la prima colonia del Terzo Mondo a conquistare l’indipendenza. La storia della rivoluzione degli schiavi e del suo comandante, Toussaint Louverture.
– La popolazione era divisa in tre colori e quattro classi sociali. I bianchi si dividevano in Grands Blancs, i proprietari delle piantagioni, e Petits Blancs, artigiani e sottoproletariato urbano, poveri ma superiori alla gens de couleur, i meticci. 27mila mulatti, gerarchicamente segmentati in 64 gradazioni di colore sulla percentuale di sangue nero nelle vene.
– Non noto a tutti che Alexandre Dumas padre, autore de ‘I tre Moschettieri’ e ‘Il conte di Montecristo’ per citare soltanto la parte più nota nella quantità enorme delle sue opere, era figlio di un generale della Rivoluzione francese, Thomas Alexandre Davy de La Pailleterie, di una schiava africana di Haiti. Le sue ceneri sono al Pantéon di Parigi dal 2002. 

 

di Giovanni Punzo

Il 19 febbraio 1788, quasi un anno e mezzo prima della presa della Bastiglia avvenuta il 14 luglio 1789, a Parigi, al numero 3 di rue Française, fu fondata la ‘Société des amis des Noirs’ che iniziò subito una battaglia politica e culturale per l’abolizione della schiavitù. Lo scopo era certamente nobile nell’intento, quanto assai controverso da realizzare: la schiavitù era infatti praticata legalmente nelle redditizie piantagioni delle colonie americane francesi e inglesi che si affacciavano sull’Atlantico, dalle Antille alla Louisiana. I primi ad opporsi alla liberazione degli schiavi furono naturalmente i proprietari delle piantagioni, ma furono ben presto affiancati e sostenuti dai commercianti di Le Havre, Bordeaux e Nantes, nonché dai tanti francesi che attraverso le banche erano diventati azionisti delle grandi compagnie commerciali.

Tra i più noti firmatari dell’atto costitutivo c’erano importanti personalità che ebbero destini differenti. Jacques Pierre Brissot ad esempio, prima della rivoluzione, aveva avuto una vita molto movimentata ed aveva conosciuto il carcere prima per debiti e poi per aver scritto un libello ingiurioso nei confronti della regina Maria Antonietta. In seguito, nemmeno la sua attività di pubblicista fu del tutto esente da critiche perché fu accusato di aver preso denaro per una campagna scandalistica. Eppure grazie ai suoi infiammati articoli ottenne che una parte significativa dei ‘cahiers de doleance’ (i rapporti scritti dai cittadini al parlamento per chiedere i cambiamenti necessari) trattassero la questione dell’abolizione della schiavitù per sottoporla all’assemblea. Purtroppo, accusato per ben due volte da Robespierre di alto tradimento, finì sulla ghigliottina nell’ottobre 1793 e molto prima che si arrivasse ad una decisione politica sulla questione.

Un altro aderente al sodalizio per la liberazione degli schiavi, Jean Antoine Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet, condivise un destino tragico. Considerato un moderato – più vicino agli intellettuali che ai rivoluzionari – fu l’estensore del programma della società, ma la sua insistenza ingenua e radicale sull’abolizione totale della schiavitù (e dunque non solo in Francia) impedì un’azione comune con quella parte di opinione pubblica inglese che dibatteva più o meno gli stessi temi. Nello stesso periodo infatti in Inghilterra si era formato un movimento che voleva invece abolire la tratta degli schiavi, ma intendeva anche agire cautamente e gradualmente nei confronti della schiavitù vera e propria. Anche Condorcet, che nel frattempo aveva redatto un progetto notevole per l’istruzione pubblica e un progetto di riforma dei conti correnti per ridurre l’inflazione, fu accusato di tradimento dai seguaci di Robespierre e si avvelenò in carcere prima del patibolo.

La spinta impressa dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino – proclamata poche settimane dopo la presa della Bastiglia – non fu sufficiente insomma a liberare gli schiavi: si arenò di fronte alle resistenze di natura economica in Francia e alle notizie della rivolta nella colonia francese di Santo Domingo (Haiti) dove gli schiavi si ribellarono nel 1791 nonostante la decisione presa dalla Convenzione di liberarli. La fine di tutti gli altri propositi di emancipazione si ebbe infine con il Terrore, quando le correnti più estreme pensarono a purificare la rivoluzione rischiando invece di farla finire per sempre e tralasciando una questione che non interessava direttamente. L’Inghilterra proibì definitivamente per prima la tratta degli schiavi (ma non la schiavitù) solo nel marzo del 1807 e fu seguita dalla Francia nel marzo 1815: uno degli ultimi decreti di Napoleone prima della sconfitta a Waterloo.

Potrebbe piacerti anche