mercoledì 19 settembre 2018

Kim dimenticato, redento da Trump o è miracolo cinese?

Che ne è della terribile minaccia nucleare rappresentata dalla Corea del Nord? si chiede Michele Marsonet. Dopo il summit di Singapore con Trump Kim ‘retrocesso’ a un despota tra i molti con cui l’occidente ha convenienza a trattare. Ma è davvero l’Occidente a condurre la danza, come vorrebbe far credere Washington?

Kim, dittatore pazzo minaccia per il mondo
o despota tra i molti con cui è utile trattare?

Kim dimenticato. Che ne è della terribile minaccia nucleare rappresentata dalla Corea del Nord? E cosa rimane dell’immagine terribile di Kim Jong-un, sino a poco tempo fa rappresentato come il classico politico pazzo sempre disposto a premere il pulsante rosso dell’olocausto atomico?
Dopo il summit di Singapore con Donald Trump Kim è “retrocesso” al rango di uomo normale o, almeno, a quello di leader certo un po’ dispotico, ma non al punto da occupare un giorno sì e l’altro pure il centro del palcoscenico internazionale.
Si noti, inoltre, che mentre in precedenza era rarissimo vedere rappresentanti delle nazioni occidentali a Pyongyang, ora gli americani vi si recano con una certa frequenza, anche se spesso ammettono solo a posteriori di averlo fatto. E’ il caso di Mike Pompeo, fedelissimo di Trump, attualmente segretario di stato e per breve tempo pure direttore della Cia.

Che succede dunque in questo delicato settore dello scacchiere internazionale? In realtà la situazione non è mutata così tanto da far sperare che i pericoli di conflitto siano cessati. Gli Usa continuano a chiedere lo smantellamento completo, e senza condizioni, dell’arsenale nucleare di Kim.
Quest’ultimo, d’altro canto, non pare disposto ad accettare tale richiesta e il motivo è ovvio. Tutti sanno che, per lui, l’atomica è una sorta di polizza di assicurazione sulla vita che gli consente, almeno in teoria, di salvare la sua dinastia e di perpetuare il regime com’esso è attualmente.

Nonostante molti sperassero in una democratizzazione del Paese e nella sua apertura al mondo circostante, vi sono limiti che il giovane leader non può oltrepassare se davvero vuole conservare al potere se stesso e la sua famiglia, ben rappresentata dall’onnipresente sorella Kim Yo-jong.
Non esiste infatti a Pyongyang un partito comunista come quello cinese, molto articolato e dotato di una dialettica interna. Per capire la situazione occorre immaginare una Cina Popolare dominata tuttora dalla famiglia di Mao Zedong, nella quale il Grande Timoniere fosse riuscito a trasmettere il potere ai figli o, quanto meno, ai parenti più stretti.

Ed è proprio questo che è accaduto a Pyongyang, a partire dal fondatore dello Stato Kim Il-sung per arrivare ai giorni nostri, con un ininterrotto passaggio del testimone da padre in figlio. E’ ovviamente improbabile che la famiglia resti in sella se si normalizza la vita politica e istituzionale della Corea del Nord. Ragion per cui il futuro resta assai incerto.
Ma per capire cosa potrebbe accadere lo sguardo deve spostarsi a Pechino, giacché è qui che si gioca la partita vera. Da quando Xi Jinping ha fatto capire allo scomodo alleato che era giunto il tempo di trattare, Kim ha perduto l’aria di imprevedibilità che prima lo avvolgeva e che, forse, faceva comodo alla stessa leadership cinese.

Pechino, impegnata com’è a consolidare il suo status di superpotenza globale, non ha interesse a provocare Trump da qualsiasi punto di vista: lo si nota anche dalla gestione prudente del problema dei dazi. Cerca piuttosto di diffondere l’immagine di una superpotenza “responsabile”.
Quindi i giochi di guerra devono finire, ed è molto improbabile che il giovane leader nordcoreano possa tornare a minacciare sfracelli come faceva sino a pochi mesi orsono. Ha capito, in sostanza, che l’ombrello cinese ha un prezzo, e che potrebbe anche chiudersi se la pioggia diventasse troppo violenta.

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