mercoledì 19 settembre 2018

Nodo nomine M5s-Lega sulla Rai, prima dei lotti una proposta

Servizi segreti e Rai, la partita di potere aperta tra M5s e Lega. La proposta beffa del controllo dei servizi segreti alla ‘opposizione’ di Giorgia Meloni.
-Paralisi Rai, dalla commissione di vigilanza a scendere prima delle lottizzazioni di reti e teste che certamente verranno.
-Destino inevitabile, il servaggio della Rai?
-Andrea Melodia, prestigiosa firma di Remocontro e studioso del mondo della comunicazione

Rai, prima dei lotti, e Servizi segreti, la partita di potere aperta tra M5s e Lega.
Salta l’accordo di maggioranza. Sul Copasir, commissione parlamentare di controllo sui servizi segreti, presidenza che compete alla opposizione, e che la maggioranza vorrebbe l’attribuzione beffa a Fratelli d’Italia invece che al Pd. Blocco anche sulla Vigilanza Rai, con ricaschi a catena sugli stessi vertici dell’azienda. Il Cda di viale Mazzini ha quattro componenti di nomina delle Camere mentre lo stesso presidente del Cda deve avere il via libera della Vigilanza, che non c’è ancora.

La crisi del sistema della comunicazione

Di Andrea Melodia

Ho già avuto modo di ragionare in questo blog su ciò che considero la principale emergenza contemporanea: la crisi del sistema delle comunicazioni, rimasto in sospeso tra vecchio e nuovo, incapace di darsi regole, schiacciato tra professionalità che arretrano travolte dalla loro scarsa reputazione e volontariato che cerca disperatamente di emergere e di imporre il proprio ruolo sociale. La trasformazione è veloce, ma non lineare; dunque è difficile scovare terapie e rischiare prognosi.
Le cause sostanziali della crisi sociale, si dirà, sono altre: hanno natura economica, politica, geografica, ideologica… è vero naturalmente, ma alcune di questi nodi sociali dipendono in buona parte da corti circuiti di natura comunicativa/educativa; altri sono troppo intricati per poterli sciogliere senza aver prima placato gli animi.

Si torna dunque all’educazione, quella della scuola ma anche quella permanente del sistema della comunicazione: questi sono i luoghi possibili per aggredire le malattie sociali, creando una base di coesione sostanziale nella quale, rifuggendo l’omologazione, si ricreino le condizioni del dialogo e della crescita.
L’educazione permanente – lasciamo ad altri di occuparsi della scuola – opera attraverso due percorsi fondamentali: l’informazione giornalistica – il racconto della realtà di tutti i giorni – e i modelli proposti dalle storie, che non sono solo quelle dei personaggi della fiction ma anche quelle dei personaggi pubblici reali. I confini tra le due aree, realtà e invenzione, sono sempre più labili, a volte non si riesce a trovarli. E questo temo sia un dato di fatto dal quale non si torna indietro.

Dove e come intervenire

Dove si può intervenire allora? Agendo, credo, sulle diverse aree professionali della comunicazione. Questi sono settori rilevanti e complessi, ma non così ampi e diffusi da rendere impossibile ottenere risultati in presenza di sufficiente consapevolezza, strumenti e volontà politica. Occorre individuare le aree rilevanti, per esempio le diverse forme di giornalismo, la fiction, i talk show e i programmi d’intrattenimento, le app più diffuse, i videogiochi… e verificare caso per caso se e cosa si possa fare per migliorarle nel senso della utilità sociale, o almeno per limitare i danni. Interventi normativi, propositivi, di stimolo alla qualità, non censorii; e finanziamenti. Alcuni di questi interventi appariranno irrealizzabili al di fuori di un impegno internazionale, quanto meno a livello europeo; per altri sarebbero possibili risultati agendo sulla nostra area linguistica.

Tre pilastri fondamentali

I caratteri di fondo degli interventi, in ciascuna area, credo debbano poggiare su tre pilastri fondamentali.
Il primo pilastro, naturalmente, consiste nel trovare un accordo pratico su cosa siano utilità e coesione sociale in giusto equilibrio con la libertà e la pluralità delle idee. Non è un problema filosofico insolubile, credo anzi che il XX secolo abbia prodotto sufficienti anticorpi alle ideologie radicali per consentire risultati in questa direzione, ma resta da battere l’individualismo aggressivo diffuso in molte forme di comunicazione politica (ma anche commerciale). Personalmente credo che sistemi diffusi di valutazione del merito (in Italia, chissà perché, spesso ritenuto un valore “di destra”) siano essenziali su questo percorso.

Il secondo pilastro potremmo chiamarlo dell’eccezione culturale: questi interventi non possono essere a costo zero. Il giornalista, l’editore, l’autore o il produttore che si impegnano su una strada che può presentare difficoltà e rinunce nel nome della qualità deve ottenere un riconoscimento. Le dimensioni dell’emergenza comunicativa sono tali da ritenere che siano necessarie risorse eccezionali – ma pur sempre limitate nelle dimensioni e nel tempo – per ottenere risultati. Il modello ”servizio pubblico” è presente in Italia non solo per la RAI, ma anche per varie forme di provvidenze “culturali” tra cui quelle ai giornali e all’editoria: si tratta di estenderlo e razionalizzarlo, ma anche di pretendere con molto rigore che le risorse investite diano i risultati necessari in termini di qualità sociale. Sono disponibili oggi metodi e indicatori per testare questi risultati.

Il terzo pilastro, essenziale a causa della complessità raggiunta dal sistema delle comunicazioni, consiste nel costruire interventi che coinvolgano in modo equilibrato, costringendole alla collaborazione, le diverse categorie professionali che agiscono nel sistema. Spiego con l’esempio più semplice: i necessari contributi alla editoria di informazione dovrebbero garantire che il lavoro nelle testate – editori, direttori e giornalisti – non siano costretti a privilegiare le notizie aggressive – sesso, sangue e paura – per sopravvivere. Editori e giornalisti devono essere coinvolti nello stesso processo virtuoso. La qualità si paga, e a pagare dovrebbe essere soprattutto lo Stato.

Workshop on Journalism

In questa direzione è interessante una iniziativa francese, privata peraltro, che si propone diffusione internazionale (CEN Workshop on Journalism Trust Indicators), diretta a costruire un processo di certificazione della qualità e affidabilità delle aziende editoriali, partendo dalle regole migliori della deontologia giornalistica.
Parallelamente, non è possibile che un giornalista privilegiato (per esempio un dipendente RAI) possa campare tranquillo senza che nessuno gli chieda conto della utilità sociale del suo lavoro. Né, tantomeno, si può accettare che un giornalista, ovunque operante, abbia condizioni di lavoro sostanzialmente diverse rispetto a un tecnico qualificato, spesso un ingegnere, che deve oggi necessariamente costruire insieme a lui nuove modalità di comunicazione digitale. Ordine (dei giornalisti) permettendo.

Non solo giornalismo

Questi sono solo esempi, focalizzati sulla attività giornalistica, ma che devono trovare applicazione in altri settori della comunicazione. Lascio agli scettici e ai liberisti estremi la responsabilità di sostenere che lo Stato debba infischiarsene di questi problemi e lasciare che se la vedano i privati, ben consapevole che le risorse finanziarie devono incontrare cultura e onestà, nel pubblico e nel privato.
Sul piano pratico, ricomincerei dalla RAI, pur sapendo che non sarebbe ormai sufficiente. Dopo il silenzio assordante che ha accompagnato il rinnovo della concessione e la stesura del nuovo contratto di servizio, la palla è passata all’azienda che avrebbe dovuto preparare piano industriale, piano editoriale, piano dell’informazione. Pare che non lo abbia fatto, e lo si può comprendere perché i vertici sono scaduti. Nei prossimi giorni si nomineranno i nuovi, applicando per la prima volta una legge scritta dal centrosinistra, e mai accompagnata da alcuna azione concreta che favorisse quel colpo di coda di cui la RAI ha necessità assoluta.

Autocandidature senza illusioni

Il passaggio prossimo è molto delicato: ci saranno, scelti tra le autocandidature, quattro nomi espressi da Camera e Senato per il nuovo Consiglio di Amministrazione, un rappresentante dei dipendenti, e un Amministratore delegato più un consigliere di nomina governativa. Nessuna discussione pubblica favorisce scelte corrette. Proveranno a rimediare, senza farsi troppe illusioni dati i tempi ma nel tentativo di avviare un processo, tre associazioni (Dirigenti Pensionati RAI, Unione Cattolica Stampa Italiana e Infocivica) che hanno invitato tutti i candidati al CdA RAI, esterni e interni, a discutere tra loro in pubblico. Lunedì 16 luglio, via in Lucina 16/a, a Roma.

 

AVEVAMO DETTO

Facciaperbene e Ragazzoneruspante figli della comunicazione globale

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