• 25 Febbraio 2020

Le sovversive lettere d’amore o di rabbia scritte a mano

Occorre riprendere a scrivere lettere. A prendere carta e penna e a investire sul tempo, sulla fatica, sulla grafia, sul rapporto diretto e unico. Senza copiaincolla, senza sms, senza 140 caratteri, senza mail, senza font, senza quella freddezza che poi corrompe i cuori, senza rincorrere vacue sensazioni da chat. Carta, penna (meglio se stilografica) e la fatica della scrittura.

Occorre riprendere a scrivere lettere d’amore. Perché sia amore. Lettere di amicizia, di memoria, di dolcezza, di cura. Finché siamo in tempo, fin quando capiremo che solo l’azione guida il cuore. Solo la fatica, il rischio, il coraggio dell’azione può farci uscire da questo limbo virtuale di stupidità e sciocchezzaio copiaincolla inavvertitamente.

Questa è la mia maglietta rossa. Una lettera. Una busta, un foglio di carta sottile, un francobollo. Un oggetto lieve e potente che attraversi il mare. Libero, senza barriere, senza mura, con un cuore così leggero da sfuggire ai controlli. Con un coraggio così forte da essere testimonianza di amore, di affetto, di amicizia, di vicinanza. Di abbraccio anche da lontani. Prendetevi il tempo e scrivete fuori da Facebook, su un foglio bianco. Indirizzate il pensiero a chi volete, ma fatelo.

Per sovvertire la mia vita, per cambiare tutto, lavoro, città, abitudini, ho dovuto rileggere i maestri: non si può essere rivoluzionari se non si rivoluziona se stessi. Così due anni fa ho preso carta e penna e ho cominciato a scriverle davvero queste vere lettere d’amore. Lettere alle persone a cui voglio bene. E queste frecce nel tempo, con le loro parole a matita o a penna stilografica, hanno portato me, la mia vita, le mie speranze, l’utopia, oltre il muro di cemento che mi stava crescendo davanti.

La libertà è un soffio. Quasi non la percepisci, lasci che sia fin quando tutto è obbedienza e inutilità. Tutto troppo facile, senza sforzi. Catene di solidarietà virtuale, clic e discussioni nel vuoto del niente. Occorre riprendere la fatica, riascoltarla nel corpo, nelle mani, nel tempo. Per esempio è utile scrivere con fatica. Lasciare da parte i format. Fare eventi in cui si possano vergare lettere davvero, in cui si possa scegliere a chi scrivere, a chi donare l’unicità della parola e del cuore. Con l’arma del cuore e della passione.

Potremmo farlo come scelta politica oltre che culturale
. Scrivere lettere e conversare intorno a un tavolo. Oppure accendendo un dialogo camminando, parlando di fianco e attraversando il mondo.

Ogni cosa ha la sua azione.
Ogni azione il suo tempo dedicato interamente. Senza telefonini, senza finzioni, senza la valanga di attivismo social. Si parla di politica e di cultura nel territorio solo nell’azione. Tutto il resto è noia e giochini che servono al potere.

Lettere, perché ci vuole impegno. E cura. Perché hanno senso se chi scrive attende una risposta, se chi la riceve ha qualcosa da restituire. Nello scambio unico. Pensate che bello, che utopia concreta. Provateci. La rivoluzione parte sempre da un dettaglio.

Ps
Lo so che dovevo scrivere la lettera aperta al rurale che sogna di essere cittadino. Ma questa era più urgente.

Antonio Cipriani

Antonio Cipriani

Giornalista con una vocazione per il lato oscuro delle storie ufficiali, dopo una lunga esperienza all’Unità ha studiato e realizzato progetti editoriali che avessero al centro la democrazia dell’informazione. Ha partecipato alla costruzione di E Polis, di DNews e di Globalist syndication. Stagione professionale chiusa, si sta dedicando a nuovi idee. Dopo aver contribuito all’invenzione del progetto editoriale-artistico Emergenze, il cui collettivo ha dato vita all’Edicola 518, ha realizzato la rivista artistica e rurale Magnifica Terra e ha fondato Vald’O, la vineria letteraria a San Quirico d’Orcia. Crede nel giornalismo di strada e nei progetti territoriali, culturali, artistici e narrativi, soprattutto con giovanissimi e pensionati.

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