mercoledì 19 settembre 2018

Cinque brigatiste e uno scrittore nella trappola del fuorigioco

Gatto Randagio oggi lascia la parola a Carlo Miccio su un incontro a Rebibbia con cinque ex brigatiste.
-Un insolito invito a pranzo, per parlare della “trappola del fuorigioco” e di “posizioni disallineate”.
-Intorno a una tavola imbandita con verdure dell’orto e una disarmante umanità.

Cinque brigatiste e uno scrittore

Ricordate “La trappola del fuorigioco”? Bellissimo libro di Carlo Miccio che, narrando una condizione che ben conosce, ci conduce attraverso le dinamiche di una famiglia dove si annida ed esplode il disagio mentale. Lo sguardo è quello del bambino che, crescendo e diventando infine adulto, si confronta con la malattia del padre, mentre tutto legge attraverso la metafora del gioco del calcio. Una storia che riguarda anche tutti noi, anche perché sullo sfondo è la storia del nostro paese…
Gatto Randagio ne aveva parlato
(https://www.remocontro.it/2017/06/11/comunismo-johan-cruyff-la-trappola-del-fuorigioco/).
E ne riparla, oggi, perché questo libro continua a essere occasione di narrazione del nostro tempo, oggi con un incontro inaspettato.
Quello dell’autore con cinque donne recluse nella sezione femminile di Alta sicurezza del carcere romano di Rebibbia. Susanna Berardi, Maria Cappello, Barbara Fabrizi, Rossella Lupo, Vincenza Vaccaro… qualcuno le ricorderà, fra i nomi del terrorismo che fu, in carcere da trent’anni e anche più. “Irriducibili” le chiamano, un “marchio” quasi da far paura… Eppure da quest’incontro è nato uno scambio di pensieri intensissimo e pieno d’umanità, a cui lascio la parola…

Carlo Miccio racconta di aver conosciuto Susanna, Maria, Barbara, Rossella e Vincenza grazie ad un invito a pranzo che le donne gli hanno fatto, “ovviamente nella residenza speciale che non sono autorizzate ad abbandonare”, dopo aver letto il suo romanzo, che era piaciuto loro al punto da volerne conoscere l’autore.
“Per me, che non ero mai entrato in un carcere, era l’occasione di vedere da vicino il grado più alto di un’istituzione totale, un concetto da cui – dopo aver letto Foucault e Basaglia – mi riesce sempre difficile prescindere nell’analisi della realtà che mi circonda. Ma soprattutto, c’era la curiosità di scoprire da vicino che cosa del mio lavoro le avesse colpite così tanto: cinque donne che, arrivate tutte oltre la sessantina, hanno ormai trascorso la maggior parte delle loro vite in stato di detenzione, isolate dal resto della società in cui io vivo e ho scritto il mio romanzo. In che maniera, in quali dettagli, la mia storia risuonava e si riallacciava con le loro?”
La risposta è arrivata in una recensione che Susanna, Maria, Barbara, Rossella e Vincenza hanno scritto del libro. Una recensione fra l’altro nata da una lettura collettiva…

“Una leggeva, le altre ascoltavano e insieme commentavano, con qualcuna più sapiente delle altre in materia calcistica a spiegare i dettagli più oscuri a livello pallonaro: un’immagine che non vi dico l’effetto che mi ha fatto, quando mi è stata raccontata…”. E riusciamo benissimo a immaginare l’effetto che può aver fatto, se le loro riflessioni, racconta Miccio, hanno… “intanto il gran merito di fornire una definizione di fuorigioco (“quella posizione disallineata in cui ogni azione perde validità”) che è la più chirurgicamente precisa che io abbia mai sentito sia per quanto riguarda la regola ufficiale che per il senso stesso che ho voluto raccontare nel mio romanzo…”
Qualche dettaglio (e perdonate l’arbitrarietà della scelta), in cui sembrano riallacciarsi l’una alle altre le storie… quella dello scrittore venuto da fuori, e quelle di Susanna, Maria, Barbara, Rossella e Vincenza, lì al chiuso, dopo le tumultuose e tragiche esperienze del passato, a riflettere su sé e sul mondo visto da dentro. A riflettere sulle dinamiche che intrappolano…
“Ci verrebbe da dire- scrivono- che con il rimando alla regola del fuorigioco, ossia a quella posizione disallineata in cui ogni azione perde validità, l’autore abbia voluto restituire l’immagine di una condizione umana sociale in cui l’individuo nella sua fragilità viene spinto in un vicolo cieco, senza difese, in una trappola esistenziale”.

Egon Schiele, ‘Die eine Orange war’, modifica grafica sui dettagli del disegno

Mentre il respiro arriva dalla “metafora del calcio totale, che sublima il gioco di squadra, suggerendo in questo modo che solo in un’organizzazione sociale al servizio dell’interesse comune ogni individuo trova la sua collocazione, le sue motivazioni e realizza il suo valore”…
Quale eco delle loro vicende in quella che definiscono “vicenda di sradicamento delle strutture familiari e storico vitali originarie, nel materializzare gli esiti del fenomeno escludente di individui considerati inassimilabili”…
E quanto sono state toccate da “un protagonista che riesce a trasformare un’esperienza tragica in un processo di costruzione di consapevolezza civile, di responsabilità sociale e di coscienza di sé in rapporto agli altri”…
Molto hanno apprezzato, le cinque lettrici, “il tocco di leggerezza” dato a una vicenda tanto dolorosa… e dio solo sa di quanta levità c’è bisogno per aprire una sia pur piccola breccia nella pesantezza blindata di reclusioni…
Quello che Susanna, Maria, Barbara, Rossella e Vincenza hanno avuto da dire parlando del libro di Miccio, se volete, potete leggerlo tutto nella pagine di Forum della salute mentale (http://www.news-forumsalutementale.it/posizioni-disallineate-dal-carcere-%e2%80%9cla-trappola-del-fuorigioco%e2%80%9d-una-recensione/).
Se volete provare a capire, almeno per una piccola parte, cosa si pensa, quali sensibilità, quali canali di lettura del mondo dal quale si è da un’infinità di tempo esclusi, dopo tanta tragica esperienza…

Ancora la parola allo stupore di Carlo:
“Da parte mia, posso solo aggiungere di aver trascorso insieme a loro – ed altri tre amici, come me ospiti privilegiati – una giornata di chiacchiere, risate e intensa umanità, consumando un pranzo magnifico preparato con le verdure dell’orto che coltivano quotidianamente con le loro mani: una giornata trascorsa al sole e condita dalla reciproca curiosità di conoscersi a vicenda, di scoprire dettagli delle vita altrui incomprensibili senza esperienza (per noi la vita in Alta sicurezza, per loro un mondo esterno fatto di social e telefonini), di godere intensamente di quel momento di condivisione che tutti sapevamo essere unico (anche se speriamo non irripetibile)”.
Un pensiero, alla dolcezza dello scrittore, Carlo Miccio, al dolce tremore con il quale è andato all’incontro con cinque donne in carcere da trent’anni e più, per il mondo forse inghiottite nell’oblio, o magari inchiodate all’immagine anche feroce di tempi che non sono più… e un pensiero a quelle donne oggi capaci di una così “calda e accorata recensione”, capaci di cucinare un ottimo pranzo con verdure dell’orto, soprattutto capaci di accogliere, come testimonia Miccio, “con la stessa disarmante umanità che loro attribuiscono al protagonista del mio romanzo”.

Il comunismo di Johan Cruyff e la trappola del fuorigioco

 

 

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