domenica 18 Agosto 2019

Europa ed euroscettici, De Gaulle e la storia. Poi i ‘sovranisti’

Se fosse vero che l’Europa politica nasce dall’impero romano o da quello carolingio, ben altre guerre prima delle liti meschine di oggi, per fortuna disarmate.
Per ‘volare’ in alto rispetto a certa attualità, da Macron a De Gaulle, statura e grandezza assieme a fare la differenza, ripesca dalla storia Giovanni Punzo.
Il generale francese e l’omologo Adenauer al posto di Angela Merkel, e l’opposizione all’entrata britannica col vieni e vai dell’attuale Brexit.

L’Europa e gli ‘euroscettici’, ma prima… Testi sulla storia dell’Unione Europea citano spesso tra i precedenti addirittura l’impero romano o quello carolingio.
Fuorviante, perché il fondamento europeo non è una conquista militare delle legioni romane o dei cavalieri franchi, ma la volontà politica di creare uno spazio comune che si integri progressivamente garantendo stabilità, sviluppo economico e rispetto dei diritti umani.
La storia ci racconta numerosi casi in cui si sono verificate crisi e battute d’arresto proprio per questioni di volontà politiche ‘nazionali’ senza per questo fermare tutta la costruzione.

L’euroscettico De Gaulle

Il più grande e famoso ‘euroscettico’ fu certamente Charles de Gaulle, soprattutto perché la sua azione politica si svolse in parallelo alla prima fase dell’integrazione europea: i Trattati di Roma furono sottoscritti nel 1957 e de Gaulle divenne presidente nel 1958. Non fu un decennio facile né per de Gaulle, che rappresentava in ogni caso una Francia ‘eterna’ -come soleva spesso dire nei suoi discorsi-, né per la fragile costruzione europea. Altri critici al tempo usavano a loro volta un linguaggio elevato e concetti di spessore che rispecchiavano tutta la profondità della cultura europea e non le banalizzazioni correnti oggi. Molti di quei protagonisti, avendo combattuto due guerre tremende nell’arco di un trentennio, (sia de Gaulle che nella Prima Guerra mondiale era stato prigioniero dei tedeschi, sia il suo omologo Adenauer), richiamandosi alla pace tra le nazioni in Europa, non esercitavano della vuota retorica, ma partivano da esperienze personali.

Stato Nazione e i ‘piani Fouchet’

Benché accusato di una «difesa anacronistica dello Stato-nazione» che provocò ritardi nei progetti di unione e integrazione, de Gaulle probabilmente era meno euroscettico di quanto si immagini o lo si voglia far apparire: in realtà voleva un’Unione fatta ad immagine e somiglianza della Francia, ma non per questo sostenne sempre lo Stato-nazione. Nel 1958, ad esempio, confermò l’adesione della Francia all’unione doganale, nonostante molti pensassero il contrario: si trattava della semplice constatazione che eventuali dazi o misure protezionistiche avrebbero finito per danneggiare il suo stesso paese. In seguito, nei primi anni Sessanta, appoggiò i cosiddetti ‘piani Fouchet’, che furono un tentativo di costruzione ‘confederale’ basata su accordi tra governativi per una politica estera e di difesa unitarie. Il progetto non andò a buon fine, ma rispecchiava la visione geopolitica del generale francese: l’Europa, per essere tale, doveva mantenersi indipendente dalle due grandi potenze, dalla Russia e dagli Stati Uniti (e tanto meglio se poi avesse potuto disporre anche di un arsenale nucleare).

Contro l’adesione britannica

Le maggiori e più celebri incomprensioni si ebbero tuttavia con la Gran Bretagna originando un dissidio che si sarebbe protratto fino alla soglia degli anni Settanta. Non solo la Francia si era opposta all’ingresso della Gran Bretagna, ma respingeva sistematicamente tutte le proposte per la creazione di un’area di libero scambio. Nel corso di una delle tante snervanti trattative si racconta che un diplomatico inglese – esasperato dai continui veti francesi – abbia chiesto una volta ad un collega francese: «Cosa fareste se accettassimo subito le vostre proposte?» «Dovremmo inventarne altre inaccettabili pur di evitare la vostra adesione». Altra vicenda – passata alla storia come la ‘crisi delle sedie vuote’ – avvenne alla metà degli anni Sessanta: per sei mesi i rappresentanti francesi all’interno delle istituzioni europee si rifiutarono di adempiere ai loro compiti istituzionali. Mentre tutti gli osservatori internazionali stavano compilando il certificato di morte della comunità, arrivò però il ‘compromesso del Lussemburgo’ che consentì agli stati -di fronte ai loro ‘interessi vitali’- l’uso di un eventuale diritto di veto.

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