venerdì 19 luglio 2019

Trump populista, l’agente del caos nel disordine mondiale

Un mondo senza più i tradizionali punti di riferimento geopolitici, l’indebolimento dell’Europa, le tensioni in Medio Oriente e un asse strategico che le grandi potenze stanno spostando verso l’Estremo Oriente. Il protagonista assoluto sembra essere il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Con repentini cambi di indirizzo, parole e gesti non appartenenti al consueto comportamento dell’amministrazione di Washington, l’inquilino della Casa Bianca è l’alfiere del nuovo disordine mondiale. Ne parliamo con Ennio Remondino che prova ogni giorno ad analizzare la situazione su Remocontro

Su Trump populista, intervista in casa, che non è forse in massimo della eleganza, ma così ormai si usa nel giornalismo e Remocontro, tra molte perplessità dell’intervistato, alla fine si adegua. Alessandro Fioroni interroga Ennio Remondino per conto di altre pubblicazioni e questa ne è una sintesi che lui decide vada la pena di pubblicare. Un mondo senza più i tradizionali punti di riferimento geopolitici, l’indebolimento dell’Europa, le tensioni in Medio Oriente e un asse strategico che le grandi potenze stanno spostando verso l’Estremo Oriente. Il protagonista assoluto sembra essere il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Trump populista è in grado di cambiare il tradizionale ordine delle cose?

L’ultima attenzione planetaria sulla presidenza Tump, quella dei bimbi immigrati separati dai genitori e il successivo parziale recupero sulla scie della indignazione di mezzo mondo. Trump che conferma di fatto e ancora una volta il programma dalla sua campagna elettorale. Il problema di questa amministrazione americana e di gran parte dei movimenti populisti (o post politici se preferite) che dopo Trump si stanno diffondendo anche in Europa e casa nostra è proprio la non distinzione tra le accentuazioni propagandistiche da campagna elettorale, rispetto alle scelte di responsabilità e spesso di mediazione che competono e chi governa. Distinguere tra il fare i capipopolo e amministrare uno stato. Qualche neo ministro nostrano dovrebbe badarci, salvo qualche inevitabile clamoroso inciampo.

Anche a livello internazionale?

Gli inciampi degli Stati Uniti in politica estera sono stati numerosi, più preoccupante tra tutti la rottura dell’accordo sul nucleare con l’Iran rompendo con l’Europa e in apparenza anche con la Russia, co-firmatarie di quello storico (e imperdonabile per Trump) successo diplomatico di Obama. Una scelta condizionate dalla alleanza di ferro di Trump con Israele e Arabia saudita, che vedono nell’Iran dell’islam sciita il loro nemico assoluto. Tutto ciò a costo di rompere o mettere almeno in forte crisi la storica alleanza atlantica con l’Europa.

Trump, Putin e l’Europa

Vladimir Putin ha un rapporto con l’Europa pragmatico e interessato, a convenienza del suo Paese, mentre risulta più difficile comprendere la posizione di Trump. Putin e Bannon, l’intelligenza nera alle spalle di Trump, tifosi ambedue (forse più di semplici tifosi) degli stessi movimenti politici della destra più critica all’interno dell’Unione, chiamali populisti o sovranisti, se vuoi. Ma Trump sta mettendo in crisi l’alleanza, le origini storiche della stessa identità americana che nasce dall’Europa.  Vero è che quelle radici si stanno sempre più attenuando nella stessa composizione sociale Usa. Mentre politicamente appare netta una strategia che ormai guarda al Pacifico, all’Estremo Oriente come area planetaria di primario interesse statunitense. Con l’Europa sempre più marginale, almeno per la lettura ‘trumpiana’ del mondo, se e fin che dura.

Ma questo non porta a dei vuoti di potere dagli esiti imprevedibili e poco controllabili?

L’America che si avvia verso Oriente, riduce i suoi rapporti con le origini e quindi ha bisogno di delegare a qualcun altro il controllo di alcune parti del mondo. Nell’area mediterranea vedo due sceriffi da far paura come Israele e Arabia Saudita. Per parlate negli affari di casa, nel piccolo mare sempre meno ‘nostrum’, in questa maniera gli Usa rischiano di subire le politiche estremiste di Nethanyau e del regime medioevale saudita. Autoritarismi amici con quantità di democrazia variabili. Sul fronte opposto, Russia, Assad o Iran, la musica non cambia.

Quali sono gli ostacoli politici che potrebbe incontrare Trump a casa propria?

C’è un’opposizione interna agli Stati Uniti sia dal punto di vista degli schieramenti politici e sociali, sia a livello di analisi strategiche ed economiche. Alcuni ambienti ‘che contano’ (ognuno scelga il suo demone preferito), hanno paura dell’improvvisazione caratteriale e troppo spesso isterica di Trump e del suo progressivo isolamento nel mondo. Esistono spinte anche in ambienti vicini al Pentagono che, ad esempio, non vedono bene l’estremizzazione della deriva anti iraniana.

Trump però è riuscito a trattare positivamente con il dittatore della Corea del Nord.

La cosa interessante riguardo Kim, è che fino a ieri era il più minaccioso dittatore al mondo, poi, d’improvviso è diventato un effervescente sostenitore della prossima democrazia  nel mar cinese ai confini con il Giappone.  C’è una labilità di cronaca e di serietà del giornalismo e della politica che fanno un po’ sorridere, se non vuoi arrabbiarti troppo.

Di chi è allora il merito del riavvicinamento tra le due Coree?

Sicuramente la pace tra le due Coree è merito della leadership del sud che ha spinto verso la pace. Interessi bottega direte voi, certo, ma tutte le guerre e le paci che alla fine inevitabilmente seguono, sono segnate da interessi e da necessità prevalenti. Sulla questione Pyongyang, gran merito va dato alla Cina e anche alla Russia, che non è protagonista di poco conto in questo scacchiere. Una occhiata alla carta geografica aiuta a capire.

Quali prospettive si aprono in Estremo Oriente?

L’incontro scenico tra Kim e Trump è solo la parte terminale di un discorso , gli effetti saranno una progressiva riduzione di una presenza armata americana nell’area, ma paradossalmente si potrebbero creare problemi con il Giappone da sempre timoroso della Cina con cui ha conti storici mai completamente sanati. In questo senso va visto il tentativo del primo ministro giapponese Abe di riarmare il paese del Sol Levante.

Dunque non sono tutti contenti di queste prospettive di pace?

Dal punto di vista della Corea del nord, Kim dovrà almeno in parte rinunciare alle armi atomiche, la sua assicurazione sulla vita. Qualcuno ha fatto osservare che se Saddam o anche Gheddafi avessero avuto le stesse atomiche, forse sarebbero ancora vivi. Ci è stato detto di un accordo di massima tra Kim e Trump, con tappe successive per ben 15 anni. Chi di noi ci sarà, sulle Corea ne dovrà vedere ancora delle belle. Sicuramente non ci sarà più Trump presidente, e la cosa a me personalmente appare positiva. Kim, se lo convinceranno ad una dieta non soltanto nucleare, e salvo ‘incidenti domestici’, dovremo tenercelo più a lungo.

 

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