venerdì 19 luglio 2019

Erdogan vince grazie ai Lupi grigi

Erdogan perde voti ma vince le elezioni grazie all’estrema destra dei Lupi grigi, quelli di Ali Agca, l’attentatore di Papa Woytjla.
-Da adesso, Presidente e Capo del governo.
-Contestazioni e accuse di brogli. Guadagna voti l’opposizione laica, ma non abbastanza.
-Entra in Parlamento il partito filo curdo.

Vincono i Lupi grigi

Erdogan vince grazie ai Lupi grigi (quelli di Ali Agca, l’attentatore di Papa Woytjla). Da due anni stato di emergenza e leggi speciali del dopo golpe fallito, decine di migliaia di oppositori ‘sospetti golpisti’ in carcere, monopolio assoluto dell’informazione, potere quasi assoluto gestito con prepotente arroganza, e da adesso sarà ancora più e peggio.
«La competizione non è stata equa, ma accetto la sconfitta». Nell’autocrazia turca, frammenti di cultura democratica. Muharrem Ince, il principale candidato dell’opposizione riconosce la sconfitta rispetto ad una competizione impossibile. Lo sfidante laico ha superato comunque il 30%: un risultato che il suo Chp non toccava dagli anni Settanta. Ma non è bastato.

L’AKP perde il 7%

Erdogan, il cui partito ha comunque perso il 7 per cento dei voti (ha ora il 42 per cento), governerà appoggiandosi al Movimento di azione nazionalista che lo ha salvato. Senza di loro, l’esito sarebbe stato rovesciato. Il nuovo Partito Buono, conservatore, della signora Meral Aksener, non raggiunge il risultato. Nell’Assemblea di Ankara (così si chiama il loro parlamento) riesce a mantenere la sua presenza, oltre l’assurdo sbarramento al 10%, la formazione filo curda di Selahattin Demirtas, leader in carcere, con una settantina di deputati e calmando la situazione nel Kurdistan turco -valutazione di molti analisti- pronto a scendere nelle strade per contestare i risultati.
Non ce la fatta invece il nuovo ‘Partito Buono’, conservatore, della signora Meral Aksener, sfidante della destra laica all’autocrate ex alleato.

Anticipate di comodo

Le elezioni erano state inizialmente fissate per novembre 2019, ma lo scorso aprile Erdoğan aveva convocato le elezioni anticipate sostenendo che sarebbero servite a dare una più rapida ed efficace applicazione al nuovo sistema presidenziale che la Turchia ha adottato formalmente con il referendum dell’aprile 2017.
Erdoğan è allo stesso tempo il presidente più popolare e divisivo della storia turca, come ha dimostrato lo stesso referendum costituzionale con il quale ha aumentato i propri poteri, approvato oltre un anno fa con il 51,4 per cento dei consensi, e che seguì il tentato colpo di stato del luglio del 2016.

Scenari internazionali

Tutto il mondo a guardare, in molti a sperare in una sconta che non c’è stata. Convocate in stato d’emergenza e di guerra aperta ai confini del paese, la Nato, un’Alleanza che da tempo va stretta al Reìs, l’Unione europea che ha fatto di Erdogan il guardiano di tre milioni di profughi. Ma pure la Russia e l’Iran seguono con grande attenzione gli sviluppi -annota Alberto Negri su Il Manifesto- Mosca e Teheran, il patto con Ankara per tenere sotto controllo i jihadisti, contenere la presenza americana e occidentale e mantenere al potere Assad.
«Nella politica degli equilibri tra gli tre ex Imperi, persiano, russo e ottomano, Erdogan è diventato un attore protagonista che tiene in scacco Occidente e Oriente».

Economia in crisi

Il ‘Partito del Bazar’, lo chiama Piero Orteca, gli imprenditori che devono fare i conti con una Lira turca fluttuante e sempre più deprezzata, un rischio-Paese incalzante (i tassi a tre mesi arrivano oltre il 19% e i bond decennali superano il 17%) e con un bilancio import-export in profondo rosso per quasi 90 miliardi di dollari. «Insomma, se la Turchia non si dà una mossa, presto le piazze potrebbero tornare a riempirsi non di elettori, ma di rivoltosi». Ma nel frattempo, abbuiamo visto, la maggioranza della Turchia fortemente nazionalista, sceglie di scommettere ancora una volta sull’usato sicuro. Anche se ormai Erdogan gioca col fuoco, con il ‘sistema Erdogan’ -delirio di cementificazione lo chiama Negri- che sembra essere andato in crisi.

Berlusconi era un tesoro

Ihlan Tasci, esponente dell’opposizione nel Consiglio supremo per la radiotelevisione, organo che in Turchia si limita a registrare le presenze  politiche in televisione, senza possibilità di intervento o censure. Sulla rete pubblica Trt (la Rai turca), Erdogan ha avuto di 181 ore di trasmissione, 66 ore sul canale in lingua curda. E l’opposizione? Muharrem Ince del partito repubblicano Chp: meno di 16 ore. Meral Aksener del partito di destra Iyi: tre ore. In coda il candidato Hdp Selahattin Demirtas (in carcere): 32 minuti per lui, e neanche uno in lingua curda.
Media privati: si stima che oltre il 90% dei media ormai sia legato a Erdogan.

 

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