domenica 23 settembre 2018

Censimenti, diversità, pulizia etnica -Non solo il nazismo

Censire e catalogare per distinguere, spesso per discriminare, peggio, per perseguitare. Dalle prime forme di stato alle prime discriminazioni di tribù, di religione, di razza.
-Molto prima del nazismo che rese industriale la mostruosità dello sterminio ebraico.
-Giovanni Punzo e i censimenti nella storia, dall’impero ottomano per i non musulmani.
-La minoranza Sami della evoluta Svezia.
-Gli ‘jenisch’, i nomadi svizzeri trattati peggio dei nostri Rom.

Pulizia etnica, parole giovani, vizio antico

Censimenti, diversità, pulizia etnica. La stragrande maggioranza degli storici colloca la nascita dello stato moderno alla fine del medioevo, con la nascita di un potere centrale – di solito monarchico e comunque assoluto – che inizia a controllare un territorio e ad amministrarlo per mezzo di funzionari statali. Stato e burocrazia nascono insieme e cominciano a stendere lunghi elenchi di sudditi soprattutto per far pagare loro le tasse, o meglio per controllare sempre più accuratamente i pagamenti. Dai tributi si passò alla coscrizione obbligatoria e ben presto la compilazione delle liste divenne un potere fondamentale a sé stante. Non sempre tuttavia le finalità furono neutrali e la liste divennero strumenti di altre politiche di esclusione, se non di vera e propria persecuzione come nel caso delle tante ‘minoranze’. Lo Stato-nazione, che accettava malvolentieri perfino sudditi che parlassero solo una lingua diversa da quella ufficiale, cominciò a tenere registri voluminosi su cui fondava la sua azione motivata da un interesse superiore.

La Turchia dopo l’impero Ottomano. Atatuk prima di Erdogan

Uno dei casi più eclatanti di diverse categorie di sudditi con ineguali diritti all’interno dello stesso stato si ebbe forse nell’impero ottomano con il cosiddetto sistema del millet, basato sull’appartenenza religiosa. I non musulmani erano definiti ‘protetti’, ma si trovavano in uno stato di inferiorità giuridica, ad esempio sottoposti ad esosi prelievi fiscali. Poiché il capo delle diverse comunità (armeni, greci, cristiani o ebrei) era, a seconda dei casi, il patriarca o l’arcivescovo, questi erano anche ufficiali di stato civile. Sulla base dei registri delle nascite e dei battesimi erano stabilite l’appartenenza alla comunità e in conseguenza le leggi da osservare: ad esempio nell’esercito erano arruolati esclusivamente musulmani, ma l’esenzione dal servizio per gli altri era concessa solo attraverso il pagamento di una tassa speciale. Il sistema insomma emarginava un numero molto consistente di sudditi e, sebbene in apparenza concedesse una sorta di autonomia alle comunità, di fatto era fondato in ogni caso sulla discriminazione, fino al genocidio armeno. Il fatto che per
secoli i Balcani lo abbiano subito sotto il dominio ottomano è diventato un argomento per spiegare anche le antiche incomprensioni perché il sistema codificava proprio la diversità tra sudditi.

Popolo dei Sami, tra Norvegia, Svezia e Finlandia

Più recentemente – all’opposto dell’arcaico caso ottomano – è stato invece osservato che anche la modernità, in apparenza tollerante e benefica, può diventare invece pericolosa per le minoranze proprio a partire dalla compilazione di elenchi o censimenti, o anche progetti di miglioramento delle condizioni di vita. A partire dagli anni Venti del secolo scorso, la popolazione dei Sami, sparsa tra Norvegia, Svezia e Finlandia nell’estremo nord dell’Europa, fu oggetto di gravi discriminazioni etniche. Partendo da considerazioni generali sulla salute fisica della popolazione svedese, i Sami – che oltretutto parlano una lingua ugrofinnica ben diversa dallo svedese – finirono per essere censiti e studiati come una razza diversa (se non addirittura ‘inferiore’), subendo trattamenti umilianti che andavano dal ricovero coatto in strutture mediche a centinaia di interventi di sterilizzazione. L’attuale legislazione oggi protegge la minoranza, ma un solco con il resto della popolazione della Svezia è rimasto ancora: il partito nazionalista svedese li accusa ad esempio di essere ‘troppo tutelati’ o favoriti da iniziative pubbliche.

‘Jenisch’, comunità nomade svizzera

Ancora meno noto è il caso dei trattamenti subiti dalla minoranza ‘jenisch’ (dopo rom e sinti, la terza comunità nomade in Europa) nella civilissima Svizzera fino agli anni Settanta: perseguitati dai nazisti in Germania ed internati nei campi o nelle strutture dove era praticata l’eutanasia (il famigerato programma T4), non riottennero piena dignità nemmeno nel dopoguerra. Gli efficienti e documentati servizi sociali della confederazione, attuando un piano che fu ufficialmente denominato «Kinder der Landstrasse» (bambini della strada), iniziarono una serie di interventi per sottrarre i figli minori ai genitori ‘jenisch’ dichiarandoli infermi di mente ed incapaci quindi di esercitare le potestà genitoriali. A partire solo dalla seconda metà degli anni Settanta sisviluppò un’azione da parte delle comunità vittime dei trattamenti che fermò l’azione. Di fronte a un rapporto redatto da una commissione di storici che documentava i gravi abusi perpetrati, il presidente della confederazione dovette scusarsi pubblicamente ammettendo che si trattò di«tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza».

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