domenica 23 settembre 2018

Egitto polveriera, minaccia nascosta a tre passi da casa

Aumenti dei prezzi insostenibili per i generi di prima necessità e taglio dei sussidi spingono la popolazione a ribellarsi.
-La “ricetta” del Fondo Monetario Internazionale sta facendo diventare il Paese una polveriera.
-E presto ce ne potremmo accorgere, avverte Piero Orteca.

Dopo le rivolte per il pane
anche quelle per l’acqua?

Se dovesse aumentare ancora il prezzo del pane, come quello già abbondantemente ritoccato al rialzo di elettricità, gas e acqua, rischierebbe di saltare il banco: l’Egitto, Paese cardine del Medio Oriente, potrebbe incendiarsi ed esplodere come una polveriera. Spesso le notizie meno reclamizzate sono quelle che nascondono realtà inquietanti. Così, nei giorni scorsi, non sono stati in molti coloro che hanno drizzato le antenne dopo i fortissimi aumenti del costo di benzina e gas da cucina annunciati al Cairo. Tra il 34 e il 50% per il carburante e oltre il 65% per il gas da cucina. Il mese passato erano stati aumentati del 250% i biglietti della metropolitana della capitale, mossa che aveva suscitato le prime massicce proteste dei pendolari, inferociti al punto di sfidare anche i divieti di assembramento imposti dallo stato d’emergenza. Biglietti più salati (fino al 20%) anche per gli altri trasporti pubblici. E, tanto per non farsi mancare niente, El Sisi, Presidente-Faraone del novello Egitto, di recente ha dato via libera anche ai rincari per l’acqua potabile (fino al 45%, un mezzo suicidio) e l’elettricità (+26%).

Nessuna primavera araba
ma autunno dell’occidente

Dunque, se a questa via crucis dovessero aggiungersi altri aumenti di prezzo per i generi “basic”, come il pane, lo scenario sarebbe pronto per l’ennesima rivolta. Primavera araba? No, autunno dell’Occidente. Perché dietro questa catena di scoppole, c’è una massa di disperati appesi al gancio. Su 100 milioni di egiziani, almeno la metà non sa come mettere d’accordo il pranzo con la cena. E saranno almeno 120 milioni (se non di più) tra una dozzina d’anni. Popolo onusto di glorie e di allori, ma certamente afflitto da grande miseria, vede i diseredati e i “senzacasta” obbligati a dormire a centinaia di migliaia nei… cimiteri del Cairo. Occhio: parliamo di un serbatoio di potenziali migranti (vicini di casa dei libici) capaci di innestare un esodo biblico, in tutti i sensi, verso l’Europa. Gli indicatori economici nascondo, almeno in parte, il sole con la rete. Il Pil aumenta di oltre il 5% e la produzione industriale segna un confortante +3.7%, ma i valori di partenza sono bassi. La disoccupazione, “drogata” da rilevazioni a casaccio, è quasi all’11%, tutto sommato accettabile.

Quei 12 miliardi di dollari
del fondo monetario internazionale

Ma, e qui arrivano i dolori, l’inflazione viaggia verso il 17% e il debito su Pil, alla fine dell’anno, dovrebbe toccare il 10%. Per evitare tumulti, finora i governi egiziani che si sono succeduti nel tempo, hanno camuffato la realtà, facendo vendere i prodotti di prima necessità (a cominciare da pane, acqua ed energia) a prezzi stracciati. Ora però il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha detto basta ed El Sisi, da bravo generale, si è messo sull’attenti. Anche a costo di rischiare la guerra civile. Il New York Times parla della difficoltà di restituire il prestito da 12 miliardi di dollari accordato nel 2016 dall’IMF. Così la ricetta monetarista imposta da Washington rischia d’ammazzare l’ammalato. L’Iva ha fatto un bel balzo all’insù, la sterlina egiziana fluttua (nel bene e nel male) e i sussidi vengono tagliati non con le forbici, ma con l’accetta. Allarma soprattutto l’astronomico rincaro dell’acqua. In passato l’Economist ha fatto una “fotografia” inquietante del sistema-Paese egiziano, dove la popolazione viene sfamata dallo Stato accumulando debiti su debiti.

‘Quarta sponda’ in ebollizione
tutto il Mediterraneo coinvolto

A Londra parlano di “mismanagement” (la traduzione è superflua) e temono che dopo una scarica di tuoni e fulmini si possano aprire le cateratte del cielo. “Consigliato” da un adviser occasionale del Cato Institute (Dalibor Rohac), El Sisi, dopo la rielezione e l’ampio rimpasto di governo, ha cominciato la sua crociata contro i sussidi e si prepara a fronteggiare le reazioni di un Paese in ebollizione. Il fuoco cova sotto la cenere. Anche a livello di relazioni internazionali. L’Etiopia sta costruendo un’enorme diga sul Nilo Blu, che potrebbe contribuire ad assetare definitivamente l’Egitto. E anche il Sudan. I tre Paesi si sono incontrati alla fine dello scorso gennaio e, secondo molti analisti, la questione non è proprio risolta. Anzi, in molti sentono puzza di polvere da sparo. Una volta da noi si diceva: “Stai attento che ti metto a pane e acqua”. Beh, sono decine di milioni gli egiziani che vorrebbero fossero loro garantite tutte e due le cose. Chiedono troppo?

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